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	<title>Precariare Stanca</title>
	<link>http://www.precariarestanca.it</link>
	<description>Campagna nazionale per la lotta al lavoro precario</description>
	<pubDate>Thu, 06 Jul 2006 08:22:36 +0000</pubDate>
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		<title>Stop precarietà ora!</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jul 2006 08:22:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Notizie</category>
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Noi, donne e uomini che in questi anni hanno lottato contro il liberismo e la guerra, per un altro mondo possibile, vogliamo impegnarci a suscitare e organizzare un grande movimento contro la precarietà.La precarietà del lavoro e delle condizioni di vita segna oggi&#160; donne e uomini, occupati e disoccupati, nativi e migranti.Le donne sono le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
Noi, donne e uomini che in questi anni hanno lottato contro il liberismo e la guerra, per un altro mondo possibile, vogliamo impegnarci a suscitare e organizzare un grande movimento contro la precarietà.<br />La precarietà del lavoro e delle condizioni di vita segna oggi&nbsp; donne e uomini, occupati e disoccupati, nativi e migranti.<a id="more-144"></a><br />Le donne sono le più colpite dai processi di precarizzazione del lavoro, dallo sgretolamento e dalla privatizzazione dei sistemi pubblici di servizio alla persona. La lotta contro la precarietà è parte della lotta per l’autodeterminazione. <br />La condizione migrante concentra su di sé tutti gli aspetti della vita precaria, per le lavoratrici, per i lavoratori e per le loro famiglie. La lotta per la parità dei diritti per i migranti, per la fine della persecuzione nei loro confronti, per la chiusura dei Cpt, per la fine della schiavitù dovuta al vincolo del permesso di soggiorno legato al posto di lavoro, fanno parte della lotta contro la precarietà e di quella per i diritti universali di cittadinanza.<br />La lotta contro la precarietà oggi si svolge in tutto il mondo, dalla Francia agli Stati Uniti, al Nord come al Sud, e percorre la società, la cultura, la politica con conflitti sempre più diffusi ed estesi.<br />In Italia è giunto il momento di rivendicare un cambiamento radicale di tutta la legislazione che in questi anni ha precarizzato il lavoro e la vita sociale. Si devono estendere conflitti e movimenti nella società per conquistare il diritto a condizioni di vita dignitose, per la libertà di decidere per sé e per il proprio avvenire. <br />Per queste ragioni proponiamo come primi terreni e obiettivi comuni di mobilitazione, i seguenti punti:<br /><br /><ol><li>L’abrogazione delle tre leggi simbolo della politica per la precarietà del governo delle destre, la Legge 30, la legge Bossi-Fini sui migranti, le leggi Moratti sulla scuola e l’università e di tutte le disposizioni e decreti ad esse collegati.<br /><br /></li><li>La fine del regime della precarietà a vita che oggi tocca milioni di lavoratrici e lavoratori. La riscrittura di tutta la legislazione sul lavoro e sull’occupazione, per mettere fine a tutte le forme di precarietà permanente e diffusa, per combattere il lavoro nero e sottopagato, per contrastare la caduta dei salari, la flessibilità selvaggia negli orari, il peggioramento delle condizioni di lavoro. Per questo bisogna mettere in discussione anche la Legge 196 del 1997 e procedere alla riscrittura del Codice Civile. Il lavoro a termine deve tornare ad essere solo un eccezione e dovrà in ogni caso garantire salari e contributi più alti del lavoro a tempo indeterminato. <br />Lo sblocco delle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni e l’assunzione a tempo indeterminato, con contratto di lavoro pubblico, dei precari che lavorano nei servizi pubblici, nelle pubbliche amministrazioni, nella scuola, nella sanità, nelle università e negli enti di ricerca. Senza un lavoro stabile non vi può essere un servizio pubblico adeguato che garantisca a tutti i diritti di cittadinanza.<br />Nuove norme contro le imprese pubbliche e private, che si “smontano” (tramite appalti, trasferimenti di ramo d’azienda, esternalizzazioni) con il solo scopo di ridurre diritti e salari. Occorre affermare il principio di responsabilità della impresa su tutta la filiera del lavoro e riassorbire all’interno delle strutture pubbliche il lavoro esternalizzato che garantisce diritti tutelati dalla Costituzione. Va garantita la centralità del pubblico nel collocamento dei lavoratori.<br /><br /></li><li>La redistribuzione delle ricchezza, per aumentare le retribuzioni e per conquistare la garanzia del reddito e della contribuzione pensionistica in ogni periodo della vita, anche attraverso il ripristino di una pensione pubblica adeguata e sufficiente. La lotta contro la precarietà nel lavoro e nella vita delle persone (e, in primo luogo, delle giovani e dei giovani), impone la necessità di estendere e qualificare la tutela dei diritti sociali per tutte e tutti, nativi e migranti - a partire dal diritto alla casa, alla sanità, all’istruzione -, e di introdurre forme universali di garanzia del reddito, sia attraverso trasferimenti monetari che con servizi gratuiti&nbsp; (in particolare scuola, salute, trasporti, cultura).<br /><br /></li><li>L’estensione a tutti i lavoratori dei diritti sindacali, del diritto ad essere reintegrati nel posto di lavoro a seguito di licenziamento senza giusta causa, del diritto di sciopero, della diritto alla rappresentanza sindacale. L’estensione dei diritti di democrazia, di decisione e di partecipazione, a tutti gli aspetti e momenti della vita sociale e lavorativa delle persone, a partire da una legge che garantisca una piena e reale democrazia nei luoghi di lavoro.<br /><br /></li><li>La messa in discussione delle politiche liberiste a livello europeo. In particolare occorre cancellare la direttiva Bolkestein e quella sugli orari di lavoro e contrastare alla radice ogni tentativo di mercificazione dei beni comuni, di privatizzazione dei servizi pubblici, di concorrenza al ribasso tra aree e paesi sui diritti sociali e del lavoro.<br /></li></ol><p><br />Proponiamo questi punti all’iniziativa, al confronto, alla discussione di tutte le forze sociali, politiche e culturali e ci diamo appuntamento per <strong><font color="#cc0000">sabato 8 luglio</font></strong> a Roma, per una grande assemblea che sviluppi e approfondisca i contenuti di una piattaforma di lotta contro la precarietà.<br />Questa assemblea avvierà un percorso di mobilitazione che sfocerà tra la fine di ottobre e i primi di novembre&nbsp; in una grande manifestazione nazionale a Roma.
</p><p align="center">***</p><p>&nbsp;Ugo Boghetta, resp. nazionale lavoro Prc<br />Daniele Borghi, presidente Ics<br />Gloria Buffo, Sinistra Ds<br />Loris Campetti, redattore de il manifesto<br />Carla Casalini, redattrice de il manifesto<br />Mauro Casola, coordinatore nazionale Unione degli Studenti<br />Bruno Ciccaglione, segreteria nazionale Sincobas<br />Luigi Ciotti, presidente Libera<br />Lisa Clark, Beati i costruttori di pace<br />Coordinamento collettivi universitari Roma<br />Tonino Cordeschi, esecutivo nazionale Cobas Sanità<br />Danilo Corradi, resp. precarietà Giovani Comunisti<br />Simonetta Cossu, vicedirettrice Liberazione<br />Giorgio Cremaschi, segretario Fiom-Cgil<br />Tonio Dall’Olio, presidenza Libera<br />Flavia D’Angeli, resp. precarietà PRC<br />Alice D’Ercole, Unione degli Universitari<br />Marco D’Ubaldo, esecutivo nazionale Confederazione Cobas<br />Tommaso Fattori, Rete dei forum e dei movimenti toscani<br />Aldo Garzia, giornalista<br />Alessandro Genovesi, Comitato “Precariare stanca”<br />Daniele Giordano, Unione degli Universitari<br />Sergio Giovagnoli, presidenza nazionale Arci<br />Giuliano Giuliani<br />Patrizio Gonnella, associazione Antigone<br />Severo Lutrario, Attac Italia<br />Giulio Marcon, presidente Lunaria<br />Alessandra Mecozzi, ufficio internazionale Fiom-Cgil<br />Felice Mometti, rivista Erre<br />Sandro Morelli, direttore rivista &quot;Quale Stato&quot;<br />Luciano Muhlbauer, Consigliere regionale Lombardia Prc<br />Enrico Panini, segretario generale Federazione Lavoratori Conoscenza Cgil<br />Luigia Pasi, Rete regionale lombarda contro la precarietà<br />Ciro Pesacane, Forum Ambientalista<br />Nicoletta Pirotta, Rete regionale lombarda contro la precarietà<br />Anna Pizzo, Consigliere indipendente Prc Regione Lazio<br />Carlo Podda, segretario generale Funzione pubblica Cgil<br />Gabriele Polo, direttore de il manifesto<br />Margherita Recaldini, segreteria nazionale Sincobas<br />Francesca Redavid, Fiom-Cgil nazionale<br />Rete nazionale dei ricercatori<br />Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom-Cgil<br />Carla Ronga, Associazione Aprile per la Sinistra<br />Franco Russo, parlamentare Prc<br />Raffaele K. Salinari, Terre des hommes<br />Piero Sansonetti, direttore di Liberazione<br />Sergio Segio, Rapporto diritti globali<br />Bas Sene, Tavolo Migranti<br />Massimo Serafini, segreteria nazionale Legambiente<br />Vincenzo Siniscalchi, Sult<br />Aurelio Speranza, Cnl<br />Gabriella Stramaccioni, direttrice Libera<br />Gigi Sullo, Carta Cantieri Sociali<br />Claudia Tagliavia, Comitato “Precariare stanca”<br />Nicola Tranfaglia, parlamentare Pdci<br />Angelo Tria, Transform Italia<br />&nbsp;</p>]]></content:encoded>
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		<title>Partito Democratico, dove porta questo treno?</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jul 2006 08:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Notizie</category>
	<category>Interviste</category>
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		<description><![CDATA[Un errore, passare dal &#8216;&#8217;se'&#8217; al &#8216;&#8217;come'&#8217;. Un errore puntare, di fatto, sulla messa in crisi dei partiti politici e su quello più al centro della partita in gioco, i DS.Tra l’Assemblea della sinistra DS e il Consiglio nazionale del partito il prossimo 13 luglio, si è messo in mezzo ieri l’altro Gad Lerner. Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br />Un errore, passare dal &#8216;&#8217;se'&#8217; al &#8216;&#8217;come'&#8217;. Un errore puntare, di fatto, sulla messa in crisi dei partiti politici e su quello più al centro della partita in gioco, i DS.<a id="more-145"></a><br /><br />Tra l’Assemblea della sinistra DS e il Consiglio nazionale del partito il prossimo 13 luglio, si è messo in mezzo ieri l’altro Gad Lerner. Non più “se” fare il Partito Democratico italiano, ma “come” farlo, qui ed ora. Progetto, statuto, percorso, strumenti, modalità. Tutto ben definito in meno di una giornata, condotta a tamburo battente come in un palinsesto televisivo di quelli che Gad sa davvero realizzare bene, col cipiglio e la fierezza di un grande infedele come sa essere. Del resto, non è uno che mandi a dire le cose che sente. Aveva detto chiaramente il giorno prima su “Repubblica” che i DS si dovevano sciogliere come partito per poter concorrere a costruirne un altro.<br />Mettiamo in fila le cose. La Sinistra DS al Quirino aveva invocato posizioni politiche chiare e la necessità di uscire da una situazione di stallo. Giunti a questo punto, aveva detto Mussi, ci sono due strade percorribili. Una correzione esplicita di rotta politica di fronte all’impossibilità di una fusione tra DS e Margherita; oppure si vada in tempi certi verso l’approdo del partito democratico. Nel primo caso, si può e si deve ragionare sul tipo di alleanza con la stessa Margherita e dentro l’intera coalizione dell’Unione, muovendo dalle posizioni di una sinistra socialista autonoma e unitaria. Nel secondo caso, la sinistra DS non potrà stare dentro un nuovo partito che avrà tolto la “sinistra” dal lessico politico italiano e forse anche europeo. La richiesta di un Congresso, fatta propria in questi giorni anche da esponenti autorevoli della stessa maggioranza, è la conseguenza logica, democratica, di come uscire da uno stallo politico che può rapidamente tramutarsi in scacco matto.<br /><br />Il Consiglio nazionale dei DS, convocato il prossimo 13 luglio a Roma, ha precisamente questa pratica sul suo tavolo. L’impressione che si ricava è che Gad Lerner abbia finito ieri per complicare le cose in primo luogo a Fassino e ai democratici di sinistra, perché ha bocciato una ad una tutte le diverse “vie di uscita” che erano state pensate nell’intento di reggere l’impatto senza “perdere pezzi”. Niente Federazione, nessun approdo al socialismo europeo, centralità delle primarie. Ed in più Rutelli che si dice pronto a far partire i congressi di base della Margherita già a settembre, facendo sua l’accelerazione verso il partito democratico. Qui ci sarebbe bisogno di un maggior raccordo della “cabina di regìa” istituita da DS e Margherita. Perché se la domenica si dice a noi che il “congresso subito” destabilizza il governo Prodi, dunque non è opportuno, non si può dire il martedì che quello della Margherita può partire già da settembre. Non ci può essere una discussione, quella della Margherita, che unifica e rafforza ed un’altra, quella dei DS, che destabilizza e dunque è opportuno rinviare. Almeno su questo dovremmo essere d’accordo.<br /><br />Oggi ci troviamo di fronte ad una accelerazione, messa in atto dal protagonismo decisionale dei sindaci e dalla saldatura che si è palesemente compiuta tra loro ed il premier sul rilancio di un progetto che mantiene intatte se non accresciute le sue contraddizioni, ma che vuole giungere il più rapidamente possibile alla meta, anche drammatizzando sui treni “che non passeranno più”. Proprio questa accelerazione accresce le difficoltà politiche del gruppo dirigente dei DS, perché ora i sindaci cambiano l’agenda e il calendario.<br /><br />C’è bisogno di un atto politico, nuovo e forte, da parte del gruppo dirigente dei DS. Quel treno su cui o si sale adesso, subito, o non ripasserà mai più, non è indifferente dove si dirige una volta che lascia l’Italia e s’incammina in Europa. Si dica che la stazione del socialismo europeo non si tocca. E lo si dica subito, prima di un’altra Pontignano. Perché i DS non possono cercare faticosamente al loro interno di non perdere pezzi e poi venire quotidianamente scomposti, smontati e messi all’angolo, indeboliti da chi poi li vorrebbe alleati in qualcosa di nuovo.<br />Non è precisamente questo, prima di tutto, che mette a rischio il procedere dell’azione di governo? Se questo percorso politico è un treno in corsa su cui affrettarsi a salire, come non vederne i contraccolpi che esso può arrecare proprio al governo e all’intera coalizione? Un processo di questa portata non può non ridisegnare l’intero sistema politico italiano e dunque forzarne i tempi non potrà che provocare altre frammentazioni politiche, ridislocazioni, contraccolpi su ognuno dei partiti coinvolti, con ripercussioni inevitabili sulla quotidiana azione di governo del Paese.<br /><br />Un errore, dunque, passare dal “se” al “come”. Un errore puntare, di fatto, sulla messa in crisi dei partiti politici e su quello più al centro della partita in gioco, i DS. Un errore contrapporre di nuovo la dinamicità della “società civile” alla “staticità” dei partiti politici, senza vedere che la crisi degli uni è anche la speculare crisi dell’altra. Un errore, infine, spingere tutti in fretta a salire sull’ultimo treno. Dove ci può mai portare l’ultimo treno, possiamo chiedercelo?<br /><em><br /></em><div align="right"><em>Gianni Zagato - coordinatore organizzativo area Sinistra DS</em> <br />
</div>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Dubbi e omissioni, di Gloria Buffo e Alessandro Genovesi</title>
		<link>http://www.precariarestanca.it/2006/05/30/dubbi-e-omissioni-di-gloria-buffo-e-alessandro-genovesi/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 May 2006 15:42:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Notizie</category>
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		<description><![CDATA[I recenti contributi apparsi su lavoce.info
- in particolare i testi di Leonardi-Pallini- e di Boeri-Garibaldi -
segnano oggi un terreno più avanzato di discussione. L’assunzione di
partenza è infatti quanto mai chiara: per superare il dualismo nel nostro mercato del lavoro
occorre ricondurre tutte le diverse tipologie alla dicotomia
&#34;economicamente dipendenti&#34; versus &#34;economicamente autonomi&#34; intesi
questi ultimi &#34;come un’impresa individuale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[I recenti contributi apparsi su <em>lavoce.info</em>
- in particolare i testi di Leonardi-Pallini- e di Boeri-Garibaldi -
segnano oggi un terreno più avanzato di discussione. L’assunzione di
partenza è infatti quanto mai chiara: per superare il <strong>dualismo nel nostro mercato del lavoro</strong>
occorre ricondurre tutte le diverse tipologie alla dicotomia
&quot;economicamente dipendenti&quot; versus &quot;economicamente autonomi&quot; intesi
questi ultimi &quot;<em>come un’impresa individuale, capace di vendere a terzi un bene o un servizio</em>&quot; (Pallini-Leonardi).<a id="more-143"></a><br /><p>Su
questo non si può che essere d’accordo. La discussione può così uscire
dalle secche di una contrapposizione ideologica. Per questo è meglio
essere franchi. Abbiamo <strong>molti dubbi</strong> sull’impianto &quot;culturale&quot; e
sull’efficacia della proposta avanzata. A nostro avviso, si rischia di
aprire una discussione che sottende uno <strong>scambio immotivato</strong>: una
pulizia nel mercato del lavoro in cambio di una rimodulazione verso il
basso delle tutele per tutti. E ciò senza affrontare uno dei punti
principali: la non sostituibilità di lavoratori a tempo indeterminato
con contratti di collaborazione che dovrebbero incorporare sempre una
dose di &quot;eccezionalità&quot; (temporanea o organizzativa) o con contratti a
termine ripetuti senza soluzioni di continuità. <strong>
<p>Contratti a termine</p></strong>
</p><p>Cominciamo dalla questione co.co.co e in
generale dei contratti economicamente dipendenti che incorporano un
termine: questi devono costare di più rispetto ai contratti
economicamente dipendenti a tempo indeterminato. Ciò significa
prevedere un livello salariale uguale, ma con maggiori contributi
previdenziali e assicurativi (anche per rendere sopportabili i maggiori
periodi di disoccupazione). Parlare semplicemente di parità
contributiva (con scadenza/disoccupazione incorporata nel contratto,
però) o addirittura di livelli salariali contrattuali differenziati,
farebbe rientrare dalla finestra quanto si vuole far uscire dalla
porta, tenendo ancora in piedi la <strong>convenienza per le imprese</strong> ad assumere con contratti in collaborazione o a termine (per costi i primi o per facilità di licenziamento i secondi).<br />Paradossale
sarebbe, a questo punto, dire che tali contratti incorporino l’articolo
18 o che i lavoratori siano licenziabili con x mensilità di indennizzo
o che i Ccnl potrebbe comunque intervenire per ridurre la forbice di
costo/diritti. <br />Per quanto riguarda la prima affermazione, la
contro deduzione è semplice. Avremmo o un aumento del contenzioso
giuridico: centinaia di migliaia di nuove cause ex articolo 18 all’anno
se i contratti di collaborazione – divenuti mera specificazione
organizzativa della modalità prestata – fossero a tempo indeterminato.
Oppure, più semplicemente, un’attesa di scadenza del contratto da parte
dell’impresa. Guardando alla proposta di indennizzo si potrebbe invece
obiettare che alla fine il lavoratore si vedrebbe riconosciuto in
denaro, di fatto, la differenza di costo rispetto a un lavoratore a
tempo indeterminato. Il rinvio, infine, a una possibile funzione dei <strong>Ccnl </strong>(che
così sancirebbero tra l’altro un doppio regime permanente, condannando
interi settori e figure all’assunzione di norma tramite co.co.pro)
sappiamo benissimo essere evanescente: riconosciuta per legge una
differenza di status, la contrattazione non potrebbe mai arrivare a
fare &quot;il pieno&quot;. E quindi neanche così si raggiungerebbe quella
superiorità di costo necessaria a far &quot;pagare&quot; di più l’uso della
flessibilità da parte dell’impresa e a smascherare la falsa
flessibilità.</p><p><font size="2">Un eventuale mix delle tre cose sarebbe complicato e
dagli effetti imprevedibili. Anche per questo, più che quella di un
salario minimo per i lavoratori senza contrattazione collettiva (i vari
parasubordinati) è più semplice, con la nuova definizione di
economicamente dipendenti, estendere i Ccnl a tutti, coi relativi
livelli salariali (altra questione è come questo comporti anche una
ridefinizione di profili e qualifiche, ferme da anni nei diversi Ccnl e
una omogeneizzazione o differenziazione dei carichi di lavoro).<br />Il tutto accompagnato da una legge che, cancellando il <strong>decreto legislativo 368/01</strong>,
rinvii alla contrattazione collettiva causali e percentuali massime di
utilizzo di &quot;ogni forma economicamente dipendente a termine&quot; (fatte
salve sostituzioni, stagionalità, eccetera), nonché ribadisca il
diritto di precedenza e l’obbligo dell’azienda dopo x utilizzi del
contratto a termine di procedere all’assunzione a tempo indeterminato.
Le imprese ad attività stagionale, ovviamente, sarebbero escluse da
questo ultimo punto.</font></p><font size="2"><strong>
<p>Periodo di prova e tutele individuali</p></strong>
</font><p><font size="2">Più articolata la materia del periodo di prova
e della gradualità nelle tutele individuali (il cuore delle proposte
degli autori). Riteniamo che la <strong>gradualità</strong> nei diritti sia un
piano inclinato assai rischioso per tutti e per di più inefficace e
facilmente strumentalizzabile, essendo sempre facile motivare un
licenziamento per motivi economici e organizzativi e comunque
monetizzarlo con poche mensilità.<br />Più semplice pensare allora o alla <strong>proposta della Cgil</strong>
- che prevede una monetizzazione del danno attuariale a fronte della
rinuncia dell’impresa sotto i 15 dipendenti a interporre appello - o
ancora a un’assunzione a termine con costi e salari maggiori rispetto
al tempo indeterminato. Tutto ciò all’interno di percentualizzazioni
già stabilite esclusivamente dalla contrattazione collettiva (e con
diritti certi per tutta la durata, compreso l’articolo 18) e con
l’impossibilità per l’impresa di reiterare contratti a termine &quot;per
prova&quot; oltre i limiti già stabiliti dalla norma generale sulle
assunzioni ulteriori di contratti a termine.</font></p><p><font size="2">L’impresa ha, all’interno
della percentuale omnicomprensiva dei contratti a termine a
disposizione, la possibilità di fare contratti per &quot;prova&quot;; paga di più
il lavoratore (e gli garantisce maggiori coperture assicurative) in
cambio del diritto a &quot;provarlo&quot; per x tempo; al posto del diritto di
precedenza, che in questo caso verrebbe meno, l’azienda non potrebbe
assumere altri lavoratori a termine per &quot;prova&quot; senza poi stabilizzarne
almeno una parte, in base all’obbligo in capo all’azienda - dopo x
utilizzi del contratto a termine - di procedere all’assunzione a tempo
indeterminato. E ovviamente, per i lavoratori a termine convertiti in
tempi indeterminati, è pacifico non esservi più bisogno di prova.</font></p><font size="2"><strong>
<p>Le omissioni</p></strong>
</font><p><font size="2">Veniamo alle omissioni (nostre e altrui): la
nostra proposta di legge non si spende sull’estensione e
sull’universalizzazione degli <strong>ammortizzatori sociali</strong>. Questo è
stata una scelta &quot;tecnica&quot; e non politica.</font></p><p><font size="2">È evidente infatti come sia
parte integrante di un superamento del dualismo del mercato del lavoro
una riforma organica degli ammortizzatori sociali. Così come non ci si
spende su quello che dovrebbe essere il contratto tipo per l’ingresso
dei giovani nel lavoro: un novello apprendistato (che già beneficia di
notevoli incentivi economici) e che permette di fare della &quot;prova&quot; un
termine più corposo, in quanto l’azienda può anche intervenire per
formare il lavoratore. </font></p><p><font size="2">Se queste sono le nostre omissioni, altre
sono quelle degli autori e riguardano l’altra faccia della precarietà
(e anche dell’inabissamento delle quote su cui calcolare tutele e
diritti) e della stessa legge 30: cioè quella della <strong>frantumazione dell’impresa</strong>
per meri scopi di riduzione del costo e non per specializzazione. Ci
riferiamo alle norme su appalti e ramo d’azienda: in una visione ampia
di &quot;ciclo produttivo&quot; noi chiediamo di intervenire su tutti i processi
che, in qualche modo, frammentano ed esternalizzano (ricomprendendo in
queste anche le collaborazioni) e proponiamo una &quot;codatorialità&quot;
responsabile tra tutte le imprese. </font></p><p><font size="2">Un’altra significativa omissione è quella che riguarda le <strong>associazioni in partecipazione</strong>:
nella nuova definizione di &quot;economicamente&quot; dipendenti rientrano anche
le associazione in partecipazione con esclusivo contributo di lavoro?
Nel dubbio (esistendo anche il genuino apporto autonomo di lavoro) ci
siamo preoccupati di evitare che le associazioni possano divenire le
nuove co.co.pro di domani, cioè forme elusive di lavoro &quot;economicamente
dipendente&quot;. E il discorso andrebbe forse esteso alle stesse partite
Iva monocommittenti sotto i 25mila euro lordi l’anno. Ma qui ci
fermiamo.</font></p>
<p><font size="2">* Comitato Precariare Stanca. Questo testo è scritto a titolo personale e non impegna altri che gli autori</font></p>
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		<title>Qualche ragionamento sulla legge Biagi</title>
		<link>http://www.precariarestanca.it/2006/05/30/qualche-ragionamento-sulla-legge-biagi/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 May 2006 15:31:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Notizie</category>
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		<description><![CDATA[Come superare il dualismo del mercato del lavoro, di Pietro Ichino
. Tratto da lavoce.info
La scelta compiuta dalla Cgil con il congresso di marzo, sul terreno della riforma dei rapporti di lavoro, è difficilmente contestabile nel suo assunto di fondo: la protezione offerta dal diritto del lavoro, quale che ne sia il contenuto, deve essere estesa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come superare il dualismo del mercato del lavoro, di Pietro Ichino
. Tratto da lavoce.info<a id="more-142"></a></p><p>
La scelta compiuta dalla Cgil con il congresso di marzo, sul terreno della riforma dei rapporti di lavoro, è difficilmente contestabile nel suo assunto di fondo: la protezione offerta dal diritto del lavoro, quale che ne sia il contenuto, deve essere estesa a tutti i lavoratori in posizione di dipendenza economica; va superata la distinzione, in larga misura artificiosa, tra &quot;subordinazione&quot; e &quot;parasubordinazione&quot;, tra &quot;lavoratori&quot; e &quot;collaboratori continuativi&quot;; va disboscata la giungla dei rapporti di lavoro &quot;atipici&quot;, che genera distorsioni e disparità di trattamento ingiustificate e che, oltretutto, con la sua complessità non giova neppure alle imprese; è ora di superare il dualismo che (non in conseguenza della legge Biagi del 2003, ma in misura crescente ormai da molti anni) caratterizza fortemente il diritto e il mercato del lavoro italiani, scaricando tutto il peso della flessibilità di cui imprese ed enti pubblici hanno bisogno soprattutto sulle nuove generazioni.

Un nuovo assetto del lavoro tipico

Questa opzione, tuttavia, pone bruscamente la stessa Cgil e l’intero movimento riformatore di fronte a un dilemma cruciale. Estendere a tutti i lavoratori in posizione di sostanziale dipendenza lo Statuto dei lavoratori, così com’è, non è possibile senza imporre al sistema un’ingessatura insopportabile e senza mandare a casa centinaia di migliaia, se non milioni, di persone.
Se la parola d’ordine della riunificazione del diritto e del mercato del lavoro non vuole restare uno slogan vuoto, se vuole portare a una riforma effettiva e incisiva, essa comporta l’ideazione di una nuova &quot;rete di sicurezza&quot; davvero suscettibile di applicazione universale: un nuovo assetto del rapporto di lavoro tipico, capace di sostituire l’intera giungla attuale di tipi contrattuali.
Voltar pagina rispetto a vent’anni di crescente dualismo del mercato del lavoro italiano è il solo significato positivo che la politica del lavoro del nuovo Governo può attribuire alla propria scelta programmatica del &quot;superamento&quot; della legge Biagi. Un significato che sarebbe certamente piaciuto allo stesso Marco Biagi (posso dirlo, per averne lungamente discusso con lui negli ultimi anni della sua vita) e che aiuterebbe a trovare un punto di intesa su questo tema non solo tra le diverse anime del centrosinistra, ma anche con alcuni settori dell’opposizione interessati a evitare il &quot;muro contro muro&quot; su quella legge.
Se questo è l’obiettivo, il nuovo assetto del rapporto di lavoro tipico dovrà, sì, estendere a tutti i lavoratori, fin dal loro primo ingresso nel tessuto produttivo, oltre alle assicurazioni sociali fondamentali per malattia, maternità/paternità, invalidità e disoccupazione, anche una protezione piena e forte contro le discriminazioni e contro l’uso arbitrario o comunque infondato del potere disciplinare. Ma, per il resto, nella prima fase della vita lavorativa i rapporti di lavoro dovranno necessariamente avere un grado di stabilità minore rispetto alle fasi ulteriori. Questo è necessario, innanzitutto, per consentire la migliore allocazione delle risorse umane nel tessuto produttivo: ciò che può richiedere talvolta più di un tentativo di inserimento aziendale della stessa persona, in funzione del suo stesso interesse alla migliore valorizzazione delle sue capacità. Ma è necessario, inoltre, per evitare un drastico effetto depressivo sulle possibilità dei giovani di accesso al lavoro regolare: in un sistema nel quale la prima assunzione fosse consentita soltanto con un rapporto di lavoro ad alto grado di stabilità, i più giovani sarebbero fortemente penalizzati rispetto a chi già lavora e ha quindi già alle spalle una storia professionale che fornisce informazioni sulle sue qualità specifiche (non va dimenticato che proprio per questo, nella seconda metà degli anni Settanta, fu il sindacato – sulla scorta soprattutto di un’idea di Bruno Trentin - a chiedere l’introduzione del contratto di formazione e lavoro: cioè, in sostanza, un contratto a termine di ingresso con retribuzione ridotta, in funzione dell’inserimento professionale dei più giovani).

Le tre proposte

I tre progetti che vengono presentati qui di seguito costituiscono un contributo a questa riforma. L’idea che li accomuna è quella di delineare un dispositivo di accesso graduale al regime di stabilità piena del rapporto di lavoro, suscettibile di sostituirsi integralmente all’insieme eterogeneo dei rapporti di lavoro &quot;fuori standard&quot; che caratterizzano il regime attuale.
Il primo (Boeri-Garibaldi) prevede un rapporto di lavoro unico a tempo indeterminato, assistito fin dall’inizio da protezione forte (articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) contro discriminazioni e licenziamento disciplinare ingiustificato, e, per quel che riguarda il licenziamento per motivi economico-organizzativi, caratterizzato da un primo periodo di tre anni di protezione soltanto indennitaria. Il secondo (Leonardi-Pallini) si caratterizza rispetto al primo per una flessibilizzazione più limitata della tutela contro il licenziamento per motivi economico-organizzativi: un periodo di franchigia allungato fino al massimo di un anno, seguito da un regime di mera incentivazione dell’accordo economico tra le parti per la cessazione del rapporto in alternativa all’applicazione della vecchia disciplina protettiva, sul modello della legge tedesca Hartz del 2003. Il terzo (Andrea Ichino) si distingue invece dai primi due per la previsione, in alternativa al contratto da tempo indeterminato con protezione piena fin dall’inizio, della possibilità di prima assunzione con un contratto a termine di durata non inferiore a tre anni, non rinnovabile presso la stessa impresa, fruibile dallo stesso lavoratore fino a un massimo di tre volte presso imprese diverse, e con costi di transazione ridotti al minimo; in altre parole: libertà di sperimentare con il lavoratore a termine, purché sia un esperimento serio, con un orizzonte temporale sufficientemente ampio, sul quale l’ente o impresa che assume investe almeno tre anni di retribuzione (una soluzione che presenta un interesse particolare per il settore pubblico).
Sono solo tre possibili assetti di un nuovo regime unitario del rapporto di lavoro tipico, suscettibili anche di combinazione tra loro, o di diverse modulazioni dei parametri di protezione. Suscettibili, peraltro, di favorire l’ingresso o il rientro nel mercato del lavoro non solo dei giovani, ma anche delle donne dopo la maternità, nonché di qualsiasi lavoratore maturo o anziano, per il quale l’alternativa secca tra disoccupazione e stabilità integrale costituisce sovente un ostacolo grave al reimpiego. Sono tre possibili riforme della materia a costo zero per le casse dello Stato. E sono tre possibili riforme politicamente più facili, per la prudenza e moderazione cui sono ispirate, rispetto ad altre di cui si è discusso di recente in Europa (tutte e tre meno radicali, per esempio, rispetto a quella proposta da Blanchard e Tirole, che pure merita sempre di essere tenuta presente nel dibattito, per la logica stringente cui essa si ispira).
Ma ciò che più conta è che, per un verso, il superamento del dualismo attuale tra lavoro &quot;di serie A&quot; e &quot;di serie B&quot; non è ragionevolmente pensabile se non attraverso una rimodulazione delle protezioni almeno nella prima fase della carriera lavorativa di tutte le persone. Per altro verso, esso è politicamente proponibile - nel quadro di una riforma concertata tra le parti e il Governo sul modello dell’accordo tripartito spagnolo di questi giorni - proprio in quanto la rimodulazione riguarda soltanto quella prima fase, non intaccando pertanto l’assetto del rapporto né nella fase intermedia né in quella finale.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Precarietà, il nodo è politico: che impresa vogliamo?</title>
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		<pubDate>Tue, 23 May 2006 10:29:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Notizie</category>
	<category>Interviste</category>
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		<description><![CDATA[Nel dibattito sempre più articolato su mercato del lavoro e legge 30, tra chi ne predica l’intoccabilità
o quasi (Veltroni sulla Stampa e Cacace su l’Unità, da ultimi) e chi&#160; chiede - in cambio di un suo superamento - una generale riduzione delle tutele per tutti (Ichino e Boeri), un dato appare confortante: la precarietà ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Nel dibattito sempre più articolato su mercato del lavoro e legge 30, tra chi ne predica l’intoccabilità
o quasi (Veltroni sulla Stampa e Cacace su l’Unità, da ultimi) e chi<span>&nbsp; </span>chiede - in cambio di un suo superamento - una generale riduzione delle tutele per tutti (Ichino e Boeri), un dato appare confortante: la precarietà ha assunto una centralità nel dibattito politico inedita, tema su cui tutti sono chiamati ad interrogarsi. <a id="more-141"></a>

<p>Potrà sembrare una sottolineatura scontata, in un confronto che, anche sulle pagine de il manifesto, comincia a svilupparsi con un “più” di tecnico e giuridico. In realtà non lo è. Anzi il rischio che una discussione “falsamente” tecnica annacqui il dato più importante di questi anni è assai forte,
contribuendo ad un’ambiguità che già pervade la politica, a cominciare dalle parole pronunciate ieri da Prodi in Senato.
Ambiguità – sia detto in maniera esplicita – che rischia di generare
scambi impropri e “mezze misure” inadatte alla complessità e radicalità del
fenomeno.<o :p>&nbsp;</o></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Occorre prendere atto fino in
fondo che è finito il mito della flessibilità come cifra della possibilità di
esprimere, tramite essa, le diverse soggettività individuali. E’ finito (o
almeno scricchiola nel sentire comune) il Bengodi del flessibile come strumento
per dare alla parola libertà tratti nuovi, tutti ricompresi nella sfera
economica.<span>&nbsp; </span>Così come sta spirando
l’ultimo mito positivista a questi legato: essere più istruiti e più colti, di
per sé, non permette più alle giovani generazioni una “scontata” mobilità sociale
verso l’alto.<span>&nbsp; </span></p>





<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Oggi il caso Italia, si voglia o
no - e al di là delle buone intenzioni del Governo - è questo: che rapporto vi
deve essere tra buona occupazione e buon sviluppo? In un sistema che oggi non
garantisce più nell’uno nell’altro.<o :p>&nbsp;</o></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La domanda è di quelle chiave:
perché un<span>&nbsp; </span>filo comune lega la battaglia
del partito del “Corsera” con le posizioni più retrive di Confindustria (e di
parti non secondarie dell’Unione). La precarietà, oggi come ieri, non riguarda
solo la non sostituibilità di lavoratori a tempo indeterminato con contratti di
collaborazione o con contratti a termine ripetuti,<span>&nbsp; </span>riguarda i processi che in questi anni sono
avvenuti, la centralità ideologica che ha assunto l’impresa e la deresponabilizzazione
di questa in nome di un primato sul lavoro e sul patto di cittadinanza.</p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Solo se tutti i termini della
discussione vengono svelati sarà possibile discutere di riforma del mercato del
lavoro, senza ricadere in disquisizioni esclusivamente tecniche (che pure vanno
fatte)<span>&nbsp; </span>che depotenzino le scelte
politiche. Perché la riforma del lavoro oggi – in Italia più che altrove – ha
bisogno di più politica, di più legittimazione delle diverse opzioni culturali
in campo,</p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Queste chiamano in causa il
nostro paese e l’Europa più in generale, la sostanza materiale di un nuovo
compromesso tra lavoro e impresa.<o :p>&nbsp;</o></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">E se sono consapevole, con
realismo, che il nuovo Governo è frutto di un compromesso di culture - reso
necessario dalla presenza di una destra pericolosa e populista - è certo che
diversi nodi, con gradualità e con rigore, andranno sciolti.</p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La flessibilità è divenuta la via
principale di compressione del costo del lavoro per un modello produttivo in
cui altre sono le pecche e le storture di fondo (e in cui il costo della
manodopera incide sempre meno).<span>&nbsp; </span>La
precarietà è stata (ed è) la scelta naturale di un capitalismo immaturo non in
grado di sapersi innovare, di aggredire i punti veri di crisi, di accettare un
modello di sviluppo diverso, per quantità e qualità. “Coperto” – in questa suo
insensato rinviare – da una politica che non ha più richiamato alle proprie
responsabilità gli imprenditori (e – scusata la parolaccia – il capitale). </p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Non nascondiamo allora come il
tema sia in realtà più complesso: perché è proprio sull’impresa, più che sul
lavoro, che le nostre attenzioni andrebbero poste. </p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Anzi uno dei principali oggetti
di discussione oggi – se il lavoro che incorpora una “scadenza” deve o no
costare di più, con uguali diritti e maggiori tutele economiche – non si può
comprendere fino in fondo se non si discute proprio di qualità dell’impresa. </p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Perché se una dose di
“versatilità” nel lavoro va riconosciuta, non occorre avventurarsi su strettoie
giuridiche del tipo “più facilità di licenziamento per i neo assunti” o
“maggiore periodo di prova”, ecc (tutti i temi proposti come “scambio” da
Ichino) se siamo d’accordo che essa deve essere un’eccezione nel “nostro
modello di impresa” e garantire maggiore tutela individuale per i periodi di
non lavoro, nel “nostro modello di società”. </p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Perché questa discussione va
nella direzione di un’impresa che, se per eccellere ha bisogno di flessibilità,
non avrà problemi a garantire tutele e maggiori salari. Così come non avrà
problemi, per l’ordinaria attività, ad assumere a tempo indeterminato (da qui
le eventuali sanzioni in caso di reiterazione di contratti a termine), o ancora
a garantire un’area di tutele uguali per tutti indipendentemente da come si
organizza il “ciclo” (con esternalizzazioni per specializzarsi, appalti per una
maggiore qualità della prestazione, ecc.).<span>&nbsp;
</span>Lo stesso superamento di co.co.pro è nelle cose, per un’impresa che
guarda al futuro e che<span>&nbsp; </span>- se avrà bisogno
di prestazioni organizzate in maniera particolare, con maggiore creatività e
minore eterodirezione -<span>&nbsp; </span>non avrà
problemi a dare salari e diritti uguali (tenendosi strette le competenze
maturate). </p>

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Insomma discutiamo, troviamo
soluzioni il più possibile condivise, ma non nascondiamoci dietro un dito: per
una buona occupazione serve una buona impresa. E sia l’una che l’altra tendono
a scarseggiare sempre più, senza una buona politica. </p>

<p align="right" class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em>Alessandro Genovesi – Comitato
Precariare Stanca</em></p>]]></content:encoded>
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		<title>Come uscire dalla precarietà?</title>
		<link>http://www.precariarestanca.it/2006/05/19/come-uscire/</link>
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		<pubDate>Fri, 19 May 2006 07:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Notizie</category>
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		<description><![CDATA[

Nel sempre più articolato
dibattito sulla legge 30 e sulla precarietà, due fatti importanti si sono
registrati in queste ore.&#160; Da un lato la
riflessione aperta su “la voce.info” da Ichino ed altri che, partendo dalla
possibilità di superare l’attuale precarietà nel lavoro (e non solo nel
mercato), offrono possibili soluzioni; dall’altra l’uscita allo scoperto di
chi, nel centrosinistra, assume invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[

<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Nel sempre più articolato
dibattito sulla legge 30 e sulla precarietà, due fatti importanti si sono
registrati in queste ore.<span>&nbsp; </span>Da un lato la
riflessione aperta su “la voce.info” da Ichino ed altri che, partendo dalla
possibilità di superare l’attuale precarietà nel lavoro (e non solo nel
mercato), offrono possibili soluzioni; dall’altra l’uscita allo scoperto di
chi, nel centrosinistra, assume invece la precarietà come dato storico
ineludibile e che non si può contrastare, secondo una visione ideologica della
società e del modello di sviluppo<a id="more-140"></a> (si veda da ultimo l’articolo di Veltroni su
La Stampa di venerdì). </p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Per assurdo i primi (Ichino,
Boeri, ecc.) offrono alla discussione un terreno di confronto più interessante
dei secondi (ma non per questo scevro di insidie),<span>&nbsp; </span>partendo da un assunto quanto mai chiaro e
“nuovo”: per superare il dualismo nel nostro mercato del lavoro occorre
ricondurre tutte le tipologie contrattuali alla dicotomia “economicamente
dipendenti” versus “economicamente autonomi”<span>&nbsp;
</span>intesi questi ultimi “<em>come un’impresa individuale, capace di vendere
a terzi un bene o un servizio</em>” (Pallini-Leonardi). Cioè si assume
(strumentalmente?) la posizione della Cgil e (molto più in piccolo) quella del
Comitato Precariare Stanca.<span>&nbsp; </span>Peccato però
che subito dopo si<span>&nbsp; </span>riproponga un vero e
proprio scambio: una pulizia nel mercato del lavoro in cambio di una
rimodulazione verso il basso delle<span>&nbsp;
</span>tutele per tutti. </p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La prima considerazione quindi è
che contrastare la precarietà si può (a prezzi salati dicono i primi);
accontentarsi dell’esistente (magari con qualche correttivo) è una scelta di
campo (a cui si iscrivono i secondi).</p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La questione è però in realtà
un&#8217;altra e chiama in causa quel filo comune lega le due posizioni.</p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La precarietà, oggi come ieri,
non riguarda solo la non sostituibilità di lavoratori a tempo indeterminato con
contratti di collaborazione o con contratti a termine ripetuti.<span>&nbsp; </span>Riguarda i processi che in questi anni sono
avvenuti, la centralità che ha assunto l’impresa e la deresponabilizzazione di
questa in nome di un primato sul lavoro e sul patto di cittadinanza.</p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Tutti (o molti) eludono quindi il
secondo termine della questione, senza il quale nessuna discussione può essere
presa come “imparziale”: cioè il ruolo dell’impresa, l’idea stessa di quale
modello di sviluppo vada favorito. E quindi di come riattivare processi di
redistribuzione, perché senza lavoro stabile ripartire in maniera più giusta
ricchezza e diritti diviene una chimera. </p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">E’ del resto con queste
preoccupazioni più di fondo su dove sta andando il sistema paese (ma dopo i
fatti francesi di dove sta andando l’Europa) che è stato scritto il programma
dell’Unione. E’ su quei punti che abbiamo – anche se di poco – vinto le
elezioni. Buona norma vorrebbe che allora si rispettasse almeno il comune
denominare trovato a quel tavolo, al massimo specificandolo meglio, ampliandone
la portata. Da quelle proposte – che ci sono, al di là di malevole dimenticanze
–<span>&nbsp; </span>tutti dobbiamo partire. E senza
omissioni.</p>



<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Senza omettere cioè nel dibattito
che, al primo punto dell’azione del nuovo governo, vi deve essere la
cancellazione del dlgs. 368/01 sulla liberalizzazione del contratto a termine,
con rinvii alla contrattazione collettiva di causali e percentuali massime di
utilizzo<span>&nbsp; </span>(rispetto alla forza lavoro
presente) di “ogni forma economicamente dipendente a termine” (fatte salve
sostituzioni, stagionalità, ecc), nonché ribadendo il diritto di precedenza e
l’obbligo dell’azienda, dopo x utilizzi del contratto a termine (obbligo in
capo all’azienda, indipendentemente se cambia il lavoratore,) di procedere
all’assunzione a tempo indeterminato. Quest’ultimo punto – con la
responsabilità messa in capo all’azienda e non al singolo lavoratore – è del
resto la novità più importante della riforma varata da Zapatero.</p>









<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Senza omettere che vi è già un
contratto pensato per i giovani, dotato di diritti e tutele e che va incontro
alle esigenze delle imprese: cioè il contratto di apprendistato (che già
beneficia di notevoli incentivi economici per l’impresa). Un contratto che
andrebbe ripensato, reso più forte e che permetterebbe di fare della “prova”
(tema caro agli autori de la voce.info) un termine più corposo, in quanto
l’azienda può anche intervenire per formare il lavoratore e renderlo quindi in
grado di fare al meglio il proprio mestiere. Soprattutto però ci si dimentica
(proprio per via di quella rimozione della “responsabilità dell’impresa di cui
sopra) dell’altra faccia della precarietà (che riguarda anche l’inabissamento
delle quote su cui calcolare tutele e diritti): cioè quella della frantumazione
dell’impresa per meri scopi di riduzione del costo e non per
specializzazione.<span>&nbsp; </span>In una visione ampia
di cosa sia divenuto oggi un “ciclo produttivo” noi – con la nostra proposta di
legge di iniziativa popolare – chiediamo di intervenire su tutti i processi
che, in qualche modo, frammentano ed esternalizzano. E proponiamo una
“codatorialità” responsabile tra tutte le imprese; certi che chi esternalizza o
appalta per migliorare la qualità, non avrà problemi a garantire tutele
occupazionali e diritti certi.<span>&nbsp; </span>Cioè
vogliamo discutere non di cosa devono dare i lavoratori per il bene del paese,
ma cosa devono dare tutti, a partire da chi si è arricchito e ha sfruttato la
gente.<br /><o><br /></o></p><div align="right"><em>Gloria Buffo e Alessandro
Genovesi</em></div>


]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Benvenuti nella città precaria</title>
		<link>http://www.precariarestanca.it/2006/05/10/benvenuti-nella-citta-precaria/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 May 2006 08:10:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Notizie</category>
	<category>Rassegna Stampa</category>
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Per la prima volta dopo tre anni l´occupazione torna a crescere in Liguria, ma dietro ai numeri si nasconde una situazione drammatica. Allarme Cgil: due nuovi contratti su tre a tempo determinato.Per la prima volta dopo tre anni torna a crescere l´occupazione in Liguria, ma Genova resta al palo e comunque la nuova occupazione è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
<p>Per la prima volta dopo tre anni l´occupazione torna a crescere in Liguria, ma dietro ai numeri si nasconde una situazione drammatica. Allarme Cgil: due nuovi contratti su tre a tempo determinato.<a id="more-139"></a><br /><br />Per la prima volta dopo tre anni torna a crescere l´occupazione in Liguria, ma Genova resta al palo e comunque la nuova occupazione è in gran parte frutto di contratti precari o di regolarizzazione di lavoratori immigrati: le nuove assunzioni tramite i centri per l´impiego della Provincia riguardano per oltre il 70% contratti flessibili. Inoltre, ad una crescita dei posti di lavoro non corrisponde una crescita dell´economia: nel 2005 il prodotto interno ligure è rimasto sostanzialmente fermo.<br /></p><p>E´ un´analisi poco incoraggiante quella che emerge dal consuntivo 2005 sul mercato del lavoro e dell´occupazione realizzato dalla Cgil. «In Liguria continua la fase critica dell´economia - spiega Bruno Spagnoletti, che ha redatto lo studio sui dati - tanto che abbiamo anche una stagnazione dei consumi delle famiglie che si riflette sulla piccola e media distribuzione, perde competitività il turismo e tiene la manifattura dell´industria. Nel primo trimestre del 2006 anche in Liguria si iniziano a vedere i primi segnali di cambiamento - prosegue Spagnoletti - ma su base annua probabilmente resteremo sotto la media nazionale, dato che in Liguria nel 2006 il Pil non dovrebbe aumentare più dell´uno per cento, e questo comunque dopo due anni di stasi come il 2004 e il 2005».<br /></p><p>Un dato positivo c´è, ed è quello degli occupati, cresciuti in Liguria di 13.000 unità, ma è un aumento dovuto sostanzialmente agli estremi della Liguria, perché a Genova l´occupazione nel 2005 è rimasta invariata. A Genova in particolare sono calati di 6.000 unità gli occupati nell´industria e sono aumentati di 7.000 nel terziario e nei servizi. La nuova occupazione è poi frutto in gran parte della regolarizzazione degli immigrati, la popolazione residente è cresciuta infatti di 19.000 unità nello stesso periodo, e di contratti di lavoro precari e flessibili. Secondo il sistema Excelsior nel 2005 a fronte di 100 assunzioni il 43% avviene con contratti tempo indeterminato, il 43% con contratti a tempo determinato, l´11,1% con contratto di apprendistato e il 2,9% con altre forme. Dai Centri per l´impiego delle province emergono dati ancora più allarmanti: addirittura il 70-75% delle assunzioni avviene con contratti flessibili.</p><p> «Siamo in presenza di un lavoro povero, che non dà prospettive - commenta Walter Fabiocchi, segretario generale della Camera del Lavoro di Genova - e anche la crescita dell´economia che si sta delineando a livello italiano rischia di essere estremamente fragile». Non è un caso ad esempio se l´aumento dell´occupazione nell´industria risulta concentrato tutto nel settore indipendente, in netta contro-tendenza rispetto al trend del Nord-Ovest e di tutto il paese, crescono infatti le micro-imprese artigiane e aumentano i fenomeni di decentramento, terziarizzazione ed esternalizzazione di fasi del ciclo produttivo. «In Liguria evidentemente la precarietà del lavoro non è un fattore di crescita dell´economia - conclude Anna Giacobbe, segretario generale della Cgil Liguria - servono urgentemente politiche del lavoro mirate a qualificare e stabilizzare l´occupazione, invece per il momento manca ancora un disegno condiviso dell´economia ligure».</p><p align="right"><font color="#cc0000"><em>Nadia Campini / la Repubblica</em></font><br /></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>«Sapere e lavoro mai più precari»</title>
		<link>http://www.precariarestanca.it/2006/04/26/%c2%absapere-e-lavoro-mai-piu-precari%c2%bb/</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Apr 2006 10:12:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Notizie</category>
	<category>Rassegna Stampa</category>
		<guid>http://www.precariarestanca.it/2006/04/26/%c2%absapere-e-lavoro-mai-piu-precari%c2%bb/</guid>
		<description><![CDATA[«Parigi - Roma: il lavoro non è una merce». E&#8217;
guardando ai fatti di Parigi che il comitato «Precariare Stanca» ha
organizzato il 26 aprile a Roma (Sala delle Colonne ore 10, in
Via Poli 19) un confronto aperto con i rappresentanti del sindacato
studentesco francese. Per ribadire la centralità del lavoro e della
formazione nel nostro paese. Per rilanciare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="titolo"></span><span class="firma"></span><span class="testo">«Parigi - Roma: il lavoro non è una merce». E&#8217;
guardando ai fatti di Parigi che il comitato «Precariare Stanca» ha
organizzato il 26 aprile a Roma (Sala delle Colonne ore 10, in
Via Poli 19) un confronto aperto con i rappresentanti del sindacato
studentesco francese. Per ribadire la centralità del lavoro e della
formazione nel nostro paese.<a id="more-138"></a> Per rilanciare la cancellazione della
legge 30 e una piena valorizzazione della buona e stabile occupazione.
La Francia ci insegna che è possibile vincere contro lo svilimento che
l&#8217;attuale modello di sviluppo porta con sé.</span></p><p><span class="testo">La precarietà delle
condizioni si è trasformata in una trappola in tutti i paesi europei
che mina la coesione sociale attraverso la progressiva riduzione della
capacità di autodeterminazione della propria esistenza e di una propria
identità. Siamo di fronte alla più grande contraddizione della nostra
epoca: per la prima volta la generazione che più sa è anche quella che
meno guadagna, meno può sognare, meno è tutelata. E&#8217; il rovesciamento
del mito positivista che la cultura mercantilista ha portato alle sue
conseguenze estreme: il sapere e la cultura che vengono prodotti e
scambiati - già fragili e selettivi in sé - non trasformano più il
lavoro in emancipazione e libertà, non vengono nemmeno messi «a
profitto», sono semplicemente azzerati nella loro funzione sociale da
un nuovo lavoro servile. Vite di scarto per cervelli di scarto. </span></p><p><span class="testo">Di fronte a un sistema di diritti che i giovani vedono ridursi si deve ribadire allora l&#8217;esistenza di diritti <em>erga omnes</em>
che devono essere garantiti a tutti i lavoratori, a prescindere dal
tipo di contratto di lavoro in nome di una funzione sociale del lavoro
che valorizza la capacità liberatrice del sapere, la mette a frutto per
migliorare la società nel suo insieme. Per ricostruire il paese e dare
risposte a tutti i giovani, determinanti per la vittoria dell&#8217;Unione,
il nuovo governo dovrà adottare allora scelte chiare sul lavoro e sulla
formazione. Dovrà scommettere sulla democrazia, sul buon lavoro e su
un&#8217;economia basata sulla conoscenza.</span></p><p><span class="testo">Rovesciando l&#8217;idea della
formazione come puro addestramento in funzione di un&#8217;occupazione,
soprattutto se è precaria. Si deve creare un circolo virtuoso tra
innovazione e circolazione del sapere. Tra sapere e buona occupazione,
tra investimento collettivo sui giovani e loro piena valorizzazione.
Per questo il nesso accesso universale alla conoscenza e buona
occupazione è inscindibile. Delinea un modello di società, un modo di
creare ricchezza e di ridistribuirla. Sapere bene comune, lavoro buono
e tutelato diritto universale: uno slogan ambizioso per dimostrare - al
di là dei numeri parlamentari - che se c&#8217;è la voglia di cambiare (oltre
la legge 30, oltre la Moratti), come in Francia, si può.<br /><em><br /></em></span><span class="firma">DANIELE ROSATI&nbsp; </span><span class="testo"><em>28 anni, laureato, lavora in un call center per 380 euro al mese;&nbsp;</em></span><span class="firma"><br />DANIELE GIORDANO </span><span class="testo"><em>25 anni, presidente Unione degli universitari. </em></span>
</p>]]></content:encoded>
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		<title>Parigi-Roma: il lavoro non è una merce</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Apr 2006 23:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Appuntamenti</category>
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		<description><![CDATA[Roma – 26 aprileOre 10 Sala delle ColonnePalazzo Marini Via Poli 19INCONTRO CON:Victor Vidilles – UNEF (Sindacato studentesco francese)Daniele Giordano – UDU (Unione degli Universitari)Partecipano tra gli altri:Stefano Rodotà – Paolo Leon – Fabio Mussi – Paolo Nerozzi – Morena Piccinini – Claudio Treves Carlo Podda – Arturo Scotto –&#160; Francesca Re David – Alessandro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Roma – 26 aprile<br />Ore 10 Sala delle Colonne<br />Palazzo Marini <br />Via Poli 19<br /><br />INCONTRO CON:<br /><br /><font color="#cc0000"><strong>Victor Vidilles</strong></font> – UNEF (Sindacato studentesco francese)<br /><strong><font color="#cc0000">Daniele Giordano</font></strong> – UDU (Unione degli Universitari)<br /><br />Partecipano tra gli altri:<br />Stefano Rodotà – Paolo Leon – Fabio Mussi – Paolo Nerozzi – Morena Piccinini – Claudio Treves Carlo Podda – Arturo Scotto –&nbsp; Francesca Re David – Alessandro Genovesi – Gianni Zagato&nbsp;&nbsp; Francesco Sinopoli – Gloria Buffo – Claudia Tagliavia – Daniele Rosati – Andrea Draghetti&nbsp; <br />Berto Barbieri – Alice Ancona – Titti Di Salvo<br /><br />]]></content:encoded>
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		<title>I padroni dell&#8217;interinale alla guerra</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Apr 2006 11:25:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amministratore</dc:creator>
		
	<category>Notizie</category>
	<category>Il Graffio di Precarius</category>
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		<description><![CDATA[Come un sol uomo Confinterim (l&#8217;Associazione che riunisce le agenzie di lavoro in somministrazione) ha dichiarato guerra al mondo.La Cgil, la sinistra dell&#8217;Unione, quel buon uomo di Rodotà e quel pastore di anime di Don Ciotti - tutti uniti nel rivendicare diritti e speranze per i lavoratori precari - sono stati equiparati alla teppaglia che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="center"><p><img src="http://www.precariarestanca.it/wp-content/images/graffio.gif" /></p><p align="left">Come un sol uomo Confinterim (l&#8217;Associazione che riunisce le agenzie di lavoro in somministrazione) ha dichiarato guerra al mondo.<a id="more-136"></a><br /><br /><br />La Cgil, la sinistra dell&#8217;Unione, quel buon uomo di Rodotà e quel pastore di anime di Don Ciotti - tutti uniti nel rivendicare diritti e speranze per i lavoratori precari - sono stati equiparati alla teppaglia che a Parigi (e non solo) brucia macchina e deruba innocenti manifestanti.<br />Purtroppo non è uno scherzo: il comunicato della Confinterim infarcisce di sé i principali quotidiani italiani, creando un clima davvero pesante.</p><p align="left">Intendiamoci: che intorno alla legge 30 si giochi una partita tutta politica che poco centra con la pessima legge in questione è evidente. Ma da qui (da cercare di condizionare da subito il ruolo della Cgil, dei movimenti, della sinistra dell&#8217;Unione) a gridare all&#8217;untore il passo non è breve. A meno che non si cerchi il clima rovente, la bagarre per la bagarre e in fin dei conti costringere tutti ad alzare i toni. In maniera irresponsabile.</p><p align="left">Il tutto sulla testa di 4 milioni e mezzo di precari, la cui maggioranza ha la sola colpa di aver studiato, di avere dei sogni nel cassetto e di percepire 400 euro al mese.<br />Quasi quasi - con associazioni così - uno vorrebbe abrogare qualcosa in più della legge 30.<br /><br /><em>Precarius</em><br /></p></div>]]></content:encoded>
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