Potrà sembrare una sottolineatura scontata, in un confronto che, anche sulle pagine de il manifesto, comincia a svilupparsi con un “più” di tecnico e giuridico. In realtà non lo è. Anzi il rischio che una discussione “falsamente” tecnica annacqui il dato più importante di questi anni è assai forte,
contribuendo ad un’ambiguità che già pervade la politica, a cominciare dalle parole pronunciate ieri da Prodi in Senato.
Ambiguità – sia detto in maniera esplicita – che rischia di generare
scambi impropri e “mezze misure” inadatte alla complessità e radicalità del
fenomeno.
Occorre prendere atto fino in fondo che è finito il mito della flessibilità come cifra della possibilità di esprimere, tramite essa, le diverse soggettività individuali. E’ finito (o almeno scricchiola nel sentire comune) il Bengodi del flessibile come strumento per dare alla parola libertà tratti nuovi, tutti ricompresi nella sfera economica. Così come sta spirando l’ultimo mito positivista a questi legato: essere più istruiti e più colti, di per sé, non permette più alle giovani generazioni una “scontata” mobilità sociale verso l’alto.
Oggi il caso Italia, si voglia o
no - e al di là delle buone intenzioni del Governo - è questo: che rapporto vi
deve essere tra buona occupazione e buon sviluppo? In un sistema che oggi non
garantisce più nell’uno nell’altro.
La domanda è di quelle chiave: perché un filo comune lega la battaglia del partito del “Corsera” con le posizioni più retrive di Confindustria (e di parti non secondarie dell’Unione). La precarietà, oggi come ieri, non riguarda solo la non sostituibilità di lavoratori a tempo indeterminato con contratti di collaborazione o con contratti a termine ripetuti, riguarda i processi che in questi anni sono avvenuti, la centralità ideologica che ha assunto l’impresa e la deresponabilizzazione di questa in nome di un primato sul lavoro e sul patto di cittadinanza.
Solo se tutti i termini della discussione vengono svelati sarà possibile discutere di riforma del mercato del lavoro, senza ricadere in disquisizioni esclusivamente tecniche (che pure vanno fatte) che depotenzino le scelte politiche. Perché la riforma del lavoro oggi – in Italia più che altrove – ha bisogno di più politica, di più legittimazione delle diverse opzioni culturali in campo,
Queste chiamano in causa il
nostro paese e l’Europa più in generale, la sostanza materiale di un nuovo
compromesso tra lavoro e impresa.
E se sono consapevole, con realismo, che il nuovo Governo è frutto di un compromesso di culture - reso necessario dalla presenza di una destra pericolosa e populista - è certo che diversi nodi, con gradualità e con rigore, andranno sciolti.
La flessibilità è divenuta la via principale di compressione del costo del lavoro per un modello produttivo in cui altre sono le pecche e le storture di fondo (e in cui il costo della manodopera incide sempre meno). La precarietà è stata (ed è) la scelta naturale di un capitalismo immaturo non in grado di sapersi innovare, di aggredire i punti veri di crisi, di accettare un modello di sviluppo diverso, per quantità e qualità. “Coperto” – in questa suo insensato rinviare – da una politica che non ha più richiamato alle proprie responsabilità gli imprenditori (e – scusata la parolaccia – il capitale).
Non nascondiamo allora come il tema sia in realtà più complesso: perché è proprio sull’impresa, più che sul lavoro, che le nostre attenzioni andrebbero poste.
Anzi uno dei principali oggetti di discussione oggi – se il lavoro che incorpora una “scadenza” deve o no costare di più, con uguali diritti e maggiori tutele economiche – non si può comprendere fino in fondo se non si discute proprio di qualità dell’impresa.
Perché se una dose di “versatilità” nel lavoro va riconosciuta, non occorre avventurarsi su strettoie giuridiche del tipo “più facilità di licenziamento per i neo assunti” o “maggiore periodo di prova”, ecc (tutti i temi proposti come “scambio” da Ichino) se siamo d’accordo che essa deve essere un’eccezione nel “nostro modello di impresa” e garantire maggiore tutela individuale per i periodi di non lavoro, nel “nostro modello di società”.
Perché questa discussione va nella direzione di un’impresa che, se per eccellere ha bisogno di flessibilità, non avrà problemi a garantire tutele e maggiori salari. Così come non avrà problemi, per l’ordinaria attività, ad assumere a tempo indeterminato (da qui le eventuali sanzioni in caso di reiterazione di contratti a termine), o ancora a garantire un’area di tutele uguali per tutti indipendentemente da come si organizza il “ciclo” (con esternalizzazioni per specializzarsi, appalti per una maggiore qualità della prestazione, ecc.). Lo stesso superamento di co.co.pro è nelle cose, per un’impresa che guarda al futuro e che - se avrà bisogno di prestazioni organizzate in maniera particolare, con maggiore creatività e minore eterodirezione - non avrà problemi a dare salari e diritti uguali (tenendosi strette le competenze maturate).
Insomma discutiamo, troviamo soluzioni il più possibile condivise, ma non nascondiamoci dietro un dito: per una buona occupazione serve una buona impresa. E sia l’una che l’altra tendono a scarseggiare sempre più, senza una buona politica.
Alessandro Genovesi – Comitato Precariare Stanca

