Precariare Stanca: Campagna nazionale per la lotta al lavoro precario
Ven
19
Mag '06

Come uscire dalla precarietà?

Nel sempre più articolato dibattito sulla legge 30 e sulla precarietà, due fatti importanti si sono registrati in queste ore.  Da un lato la riflessione aperta su “la voce.info” da Ichino ed altri che, partendo dalla possibilità di superare l’attuale precarietà nel lavoro (e non solo nel mercato), offrono possibili soluzioni; dall’altra l’uscita allo scoperto di chi, nel centrosinistra, assume invece la precarietà come dato storico ineludibile e che non si può contrastare, secondo una visione ideologica della società e del modello di sviluppo (si veda da ultimo l’articolo di Veltroni su La Stampa di venerdì).

Per assurdo i primi (Ichino, Boeri, ecc.) offrono alla discussione un terreno di confronto più interessante dei secondi (ma non per questo scevro di insidie),  partendo da un assunto quanto mai chiaro e “nuovo”: per superare il dualismo nel nostro mercato del lavoro occorre ricondurre tutte le tipologie contrattuali alla dicotomia “economicamente dipendenti” versus “economicamente autonomi”  intesi questi ultimi “come un’impresa individuale, capace di vendere a terzi un bene o un servizio” (Pallini-Leonardi). Cioè si assume (strumentalmente?) la posizione della Cgil e (molto più in piccolo) quella del Comitato Precariare Stanca.  Peccato però che subito dopo si  riproponga un vero e proprio scambio: una pulizia nel mercato del lavoro in cambio di una rimodulazione verso il basso delle  tutele per tutti.

La prima considerazione quindi è che contrastare la precarietà si può (a prezzi salati dicono i primi); accontentarsi dell’esistente (magari con qualche correttivo) è una scelta di campo (a cui si iscrivono i secondi).

La questione è però in realtà un’altra e chiama in causa quel filo comune lega le due posizioni.

La precarietà, oggi come ieri, non riguarda solo la non sostituibilità di lavoratori a tempo indeterminato con contratti di collaborazione o con contratti a termine ripetuti.  Riguarda i processi che in questi anni sono avvenuti, la centralità che ha assunto l’impresa e la deresponabilizzazione di questa in nome di un primato sul lavoro e sul patto di cittadinanza.

Tutti (o molti) eludono quindi il secondo termine della questione, senza il quale nessuna discussione può essere presa come “imparziale”: cioè il ruolo dell’impresa, l’idea stessa di quale modello di sviluppo vada favorito. E quindi di come riattivare processi di redistribuzione, perché senza lavoro stabile ripartire in maniera più giusta ricchezza e diritti diviene una chimera.

E’ del resto con queste preoccupazioni più di fondo su dove sta andando il sistema paese (ma dopo i fatti francesi di dove sta andando l’Europa) che è stato scritto il programma dell’Unione. E’ su quei punti che abbiamo – anche se di poco – vinto le elezioni. Buona norma vorrebbe che allora si rispettasse almeno il comune denominare trovato a quel tavolo, al massimo specificandolo meglio, ampliandone la portata. Da quelle proposte – che ci sono, al di là di malevole dimenticanze –  tutti dobbiamo partire. E senza omissioni.

Senza omettere cioè nel dibattito che, al primo punto dell’azione del nuovo governo, vi deve essere la cancellazione del dlgs. 368/01 sulla liberalizzazione del contratto a termine, con rinvii alla contrattazione collettiva di causali e percentuali massime di utilizzo  (rispetto alla forza lavoro presente) di “ogni forma economicamente dipendente a termine” (fatte salve sostituzioni, stagionalità, ecc), nonché ribadendo il diritto di precedenza e l’obbligo dell’azienda, dopo x utilizzi del contratto a termine (obbligo in capo all’azienda, indipendentemente se cambia il lavoratore,) di procedere all’assunzione a tempo indeterminato. Quest’ultimo punto – con la responsabilità messa in capo all’azienda e non al singolo lavoratore – è del resto la novità più importante della riforma varata da Zapatero.

Senza omettere che vi è già un contratto pensato per i giovani, dotato di diritti e tutele e che va incontro alle esigenze delle imprese: cioè il contratto di apprendistato (che già beneficia di notevoli incentivi economici per l’impresa). Un contratto che andrebbe ripensato, reso più forte e che permetterebbe di fare della “prova” (tema caro agli autori de la voce.info) un termine più corposo, in quanto l’azienda può anche intervenire per formare il lavoratore e renderlo quindi in grado di fare al meglio il proprio mestiere. Soprattutto però ci si dimentica (proprio per via di quella rimozione della “responsabilità dell’impresa di cui sopra) dell’altra faccia della precarietà (che riguarda anche l’inabissamento delle quote su cui calcolare tutele e diritti): cioè quella della frantumazione dell’impresa per meri scopi di riduzione del costo e non per specializzazione.  In una visione ampia di cosa sia divenuto oggi un “ciclo produttivo” noi – con la nostra proposta di legge di iniziativa popolare – chiediamo di intervenire su tutti i processi che, in qualche modo, frammentano ed esternalizzano. E proponiamo una “codatorialità” responsabile tra tutte le imprese; certi che chi esternalizza o appalta per migliorare la qualità, non avrà problemi a garantire tutele occupazionali e diritti certi.  Cioè vogliamo discutere non di cosa devono dare i lavoratori per il bene del paese, ma cosa devono dare tutti, a partire da chi si è arricchito e ha sfruttato la gente.

Gloria Buffo e Alessandro Genovesi