Precariare Stanca: Campagna nazionale per la lotta al lavoro precario
Mer
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Apr '06

Molte ombre e poche luci

Analisi critica delle dinamiche occupazionali negli ultimi 5 anni. A cura di Alessandro Genovesi – Dip. Politiche Attive del Lavoro Cgil nazionale.

Tra il 2001 e oggi l’occupazione è cresciuta? E di quanto? Soprattutto di che “qualità” è stata? Stabile o precaria? Ha riguardato prestazioni ad alto valore aggiunto o no?  Tutte queste domande sono importanti perché la salute di un paese, la sua coesione sociale, le sue stesse capacità di “agganciare” la ripresa si vedono prima di tutto dal lavoro e dal tipo di occupazione che si è andata delineando in questi anni. 

In particolare, nelle pagine che seguono, dimostreremo come:

a)      l’aumento dell’occupazione in termini quantitativi, al netto degli effetti distorsivi della regolarizzazione degli immigrati del 2002, è stata, in particolare negli ultimi tre anni, soprattutto una ripartizione delle quote occupazionali esistenti; cioè si è assistito non tanto alla creazione di nuova occupazione, quanto ad una sua redistribuzione tra più persone. Tale ciclo si è comunque esaurito dopo essere andato in crisi già nel 2004;

b)      la crescita occupazionale per “redistribuzione” è coincisa con uno scadimento della qualità occupazionale per i nuovi assunti, intesa quest’ultima come minore qualità delle diverse tipologie contrattuali offerte dalle imprese (si è cioè assistito ad un aumento significativo di contratti a termine, precari e di contratti ad orario ridotto);

c)      la crescita occupazionale in questi ultimi anni è stata in buona parte a scarso valore aggiunto e in alcuni settori ha sostituito gli investimenti in capitale fisso ed innovazione: la produttività dei fattori del sistema si è deteriorata, con un graduale abbassamento del punto di trade off tra investimenti e lavoro. Cioè si è assistito ad un processo per cui le imprese al fine di “tenere”, in termini di competitività (o meglio di rallentare una caduta di competitività), hanno scommesso esclusivamente su una redistribuzione in senso precarizzante della quantità del lavoro totale.

 

A fare le spese di queste criticità sono in particolare: le donne, i più giovani, il Mezzogiorno e (seppur con caratteristiche diverse) il Nord Est.

 

Prima di addentrarci in dati e tabelle è però opportuno precisare alcuni aspetti:

1)      per l’ISTAT con il termine occupati si intendono le persone di 15 e più anni che nella settimana di riferimento della rilevazione hanno svolto almeno un’ora di lavoro in qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura; come si può immaginare però lavorare due ore a settimana o trenta non è proprio la stessa cosa;

2)      per questo, accanto al numero degli occupati, viene sempre fornito anche  il numero delle Unita di Lavoro Standard (in gergo ULA). Le ULA sarebbero le posizioni lavorative ideali la cui prestazione media viene ricondotta a un lavoro full-time (40 ore settimanali), con l’evidente effetto di ridurre le diverse misure occupazionali, in quanto tanti lavoretti vengono ricompresi in una sola Unità di Lavoro Standard (in grado di garantire di solito, tanto per essere chiari, un salario dignitoso);

3)      le persone in cerca di occupazione rilevate dalle statistiche comprendono invece le persone non occupate (ma intenzionate ad esserlo) tra i 15 e i 64 anni e queste, insieme agli occupati, fanno le c.d. “forze lavoro” (tutti gli altri sono definite non forze lavoro o inattivi).

 

Sulla base di questi aggregati è possibile quindi costruire degli indicatori che danno il polso della situazione: il tasso di attività (cioè il rapporto tra forze lavoro e popolazione di riferimento); il tasso di occupazione (rapporto tra occupati e popolazione); il tasso di disoccupazione (rapporto tra persone in cerca di occupazione e totale delle forze lavoro).

 

L’occupazione è cresciuta.

Meno di quanto si pensi, e con qualche problema

 

Tra il 1997 e il 2005  gli occupati rilevati dall’Istat sono cresciuti passando da 20 milioni e 384 mila a 22 milioni e 563 mila, con un aumento degli occupati  tra il 97 e il 2002 (prima delle riforme del centrodestra e della congiuntura economica negativa) di circa 1 milione e 500 mila, per poi continuare ad aumentare (in maniera sensibilmente minore) di altre 650 mila unità nel triennio 2003-2005. Già qui sorge però un primo problema perché nelle rilevazioni statistiche entrano di prepotenza i più di 630 mila lavoratori immigrati regolarizzati tra fine 2002 e metà 2003, la cui emersione dal lavoro (che ha rappresentato un fatto positivo) e registrazione progressiva all’anagrafe (che si è completata nel 2005) ha però drogato ogni rilevazione.

Probabilmente senza tale regolarizzazione non avremmo dovuto aspettare, infatti, la fine del 2005 per sapere che il trend positivo iniziato nel 97 era già da molto tempo entrato in crisi.

La parola definitiva l’Istat l’ha messa solo presentando i conti economici del paese per il 2005: tra il 2004 e il 2005 le ULA, cioè la unità di lavoro totali a tempo pieno sono diminuite di 102 mila unità! Cifre riprese e confermate dalla Banca d’Italia nel Bollettino Economico del marzo 2006. Lo stesso aumento degli occupati (cioè delle persone che in carne ed ossa hanno materialmente lavorato almeno 1 ora a settimana) registrato a saldo del 2005 dall’Istat, cioè più 158 mila, sono frutto dell’ultima tranche di regolarizzazione (e quindi di registrazione presso le anagrafi) e comprendono qualsivoglia prestazione di lavoro effettuata in più rispetto a quanto registrato nel 2004. Come cioè ha ben spiegato l’aggiornamento dei dati dell’Ires-Cgil (coincidenti in pratica con quelli della Banca d’Italia), regolarizzazioni a parte, il saldo negativo non avrebbe riguardato solo le ULA (cioè le prestazioni ideali di lavoro), ma anche gli occupati totali con “meno 90 mila unità”. 

Un trend confermato dai tassi sull’occupazione, sulle forze attive e sulla disoccupazione, dove il saldo finale del tasso di occupazione 2005 segna uno 0% (anticipando alcune prime conclusioni quindi non si è creata nuova occupazione, ma si è semplicemente – e se prendiamo per buone le stime più ottimistiche – ridistribuito il lavoro esistente).

 

Questa è la fotografia nazionale: un’immagine che diviene sempre più sfocata se andiamo a vedere cosa è successo nel nostro Mezzogiorno e nel Nord-Est. Due situazioni tra loro molto diverse le cui criticità parlano di un Sud che si allontana sempre più dal resto del paese da un lato, e delle difficoltà di quella che una volta era la “locomotiva” d’Italia dall’altro. Nel sud, già dal 2003, l’occupazione del resto cominciava a diminuire: passando da 6 milioni e 480 occupati nel 2002 a meno di 6 milioni e 411 nel 2005. Nel nord-est si è registrata invece la crescita minore in assoluto con addirittura il 2004 che ha fatto segnare il segno meno per la prima volta dal 94 (per poi recuperare qualcosa nel 2005 tornando a poco più dei livelli del 2003).

 

Per avere una controprova delle diverse criticità presenti nei più recenti trend occupazionali si vedano, allora, i numeri relativi ai disoccupati in cerca di lavoro censiti dall’Istat: dal 1997 ad oggi sono passati da 2 milioni e 584 mila a meno 1 milione e 900 mila con però una riduzione di solo 150 mila unità circa  tra il 2002 e il 2005. Se aggiungiamo poi che le forze lavoro sono diminuite di più di  290 mila unità al sud (sia nella componente maschile che femminile, - 117 mila solo nel 2005 rispetto al 2004) nello stesso triennio, mentre i disoccupati diminuivano di più di 200 mila e gli occupati di più di 70 mila, mancano all’appello diverse decine di migliaia di lavoratori. Tutti emigrati al nord? Una parte si, ma la restante (circa 200 mila persone) si sono semplicemente arresi. E’ quello che gli statistici chiamano “effetto scoraggiamento” che in pratica vuol dire: rimanere a casa o lavorare a nero (vedi anche il paragrafo dedicato all’economia sommersa).

Lo stesso aumento dell’occupazione nel Nord est soffre di criticità non tanto dissimili: se infatti nel 2005 cresce il numero degli occupati, il tasso di occupazione rimane ancora più basso di quello del 2003 (65,2 rispetto al 66,6), con un tasso di disoccupati che continua a crescere (3,6 nel 2003, 3,9 nel 2004, 4,0 nel 2005), per di più  in presenza di un calo del tasso di attività (69,1 del 2003 a 68,8 del 2005).

 

Alla fine del 2005 i numeri tornano quindi a fotografare un’Italia ben peggiore di quella propagandata: il tasso di occupazione, in crescita dal 1996 (52,1) al 2003 è cominciato a scendere passando dal 57,5 del 2003 al 57,4 del 2004 per far segnare un + 0 tondo nel 2005 (per “distorsione statistica) secondo l’Istat, o addirittura per continuare a scendere (arrivando a 57,3) secondo l’Ires Cgil.  Se pensiamo che al contempo, dal 2002 a oggi, il tasso di disoccupazione è sceso da 8,8 (nel 2002) a 7,7  nel 2005  e il tasso di attività di più di 1 punto, ciò vuol dire – comunque la si metta – che si è assistito ad un generale arretramento del mercato del lavoro. Con sempre più persone (soprattutto donne e nel sud Italia) che hanno smesso di credere nel futuro. Il Mezzogiorno, nello specifico (ma vedi anche paragrafo dedicato all’occupazione femminile), ha visto il tasso di occupazione scendere dal 2003 al 2005 di quasi un punto (passando dal 46,5 al 45,8). La riduzione del tasso di disoccupazione nel Sud (passato da 16,1 a circa il 14,3 nel triennio 2003-05) è quindi sinonimo non di maggior lavoro regolare, ma di scoraggiamento e maggiore lavoro nero, con una riduzione dell’insieme della popolazione totale su cui calcolare i relativi tassi!  Secondo una tendenza consolidata nel calo degli attivi solo tra il 2003 e il 2004, che secondo il Cnel rappresenta il saldo minimo di tutto il ciclo iniziato nel 1997.

 

 

Le donne: le più colpite dai nuovi cicli occupazionali

 

La crescita dell’occupazione femminile è stata quella che ha fatto da traino nella crescita complessiva di posti di lavoro sin dal 1996 e fino al 2003, con un aumento delle occupate da 7 milioni e 403 mila (dati Istat) fino a 8 milioni 825 del 2005. Il tasso di occupazione femminile è così cresciuto di ben 7,1 punti fino al dicembre 2004. Una crescita che però si è arrestata nel 2005, dopo che già tra il 2003 e il 2004 vi era stata una forte decelerazione con (per la prima volta in dieci anni) un aumento nella nuova occupazione femminile quasi identico di posizioni maschili (tra il 2003 e il 2004 il tasso di occupazione femminile è cresciuto di 0,1 con 86 mila nuove occupate, a fronte di 78 mila nuovi occupati maschi). Nel 2005 infatti il tasso di occupazione femminile segna un + 0,0% ,  a fronte di un tasso di attività che tra il 2003 e il 2005 è diminuito di 0,5% sul totale nazionale (- 0,3 solo nel 2005) . Anche in questo caso il calo del tasso di disoccupazione registrato nel biennio 2004-2005 (-0,5%) nasconde un generale “scoraggiamento” della componente femminile. L’occupazione femmine cresce quindi di poco nel Nord e nel Centro Italia, pur nel generale rallentamento sopra descritto: a crollare è l’occupazione femminile al Sud che già nel 2003 segnava un calo di 3 mila occupate rispetto all’anno primo, per divenire meno 50 mila nel biennio 2004-2005. Se consideriamo che il tasso di attività femminile, nel Sud,  è sceso dal 40 del 2003 a poco più del 37,5 del 2005 appare sempre più chiaro l’identikit di chi ha rinunciato anche solo a ricercare un’occupazione regolare.  Se vediamo in particolare cosa è successo poi tra il 2004 e il 2005, la media nazionale ha visto una riduzione tendenziale dell’offerta di lavoro esclusivamente da parte delle donne dovuta al fatto che  più di 120 mila donne (e 60 mila uomini) al Sud si sono “fatte da parte”. Anche in questo caso del tutto negativo è stato il calo del tasso di disoccupazione femminile che al sud, negli ultime tre anni, è diminuiti di quasi 6 punti (solo nel 2005 è diminuita di quasi un punto; ciò è avvenuto, anche in questo caso, solo perché è diminuito il totale delle forze lavoro su cui calcolare tale tasso!).   Si aggiunga infine che (vedi paragrafo “un lavoro sempre più precario”) sono soprattutto le donne (ed in particolari le più giovani) ad essere assunte con contratti non a  tempo indeterminato e il quadro è completo: le donne sono state le “vittime” per eccellenza di questa ultima fase del mercato del lavoro italiano.

 

 

Un analisi più approfondita sulle “quantità” nei diversi settori di attività

 

Le diverse dinamiche settoriali presentano un’evoluzione quantitativa costante dal 1997 al 2004, con gli occupati in agricoltura (quelli regolari ovviamente) che dopo essere costantemente diminuiti (scendendo sotto il milione nel 2002) hanno visto i lavoratori dipendenti attestarsi a meno di 480 mila unità, contro le 517 mila del lavoro autonomo (con una riduzione di più di 80 mila unità tra il 2004 e il 2005),  con una forte contrazione di unità di lavoro standard (ULA) tra il 2004 e il 2005, per una variazione assoluta di meno 110 mila unità (dati Banca d’Italia).

Una forte contrazione si è cominciata a registrare anche nell’industria in senso stretto (con – 44 mila occupati tra il 2003 e 2004, contando come occupati i dipendenti in Cassa Integrazione secondo l’Istat, a cui si aggiungono ulteriori 8 mila occupati in meno nel 2005) e come ribadito dalla Banca d’Italia, con un’ulteriore riduzione di 79 mila e 600 unità di lavoro standard (ULA) nel 2005 rispetto all’anno precedente (in questo caso al netto della Cassa Integrazione), per un calo complessivo di occupati nel biennio ultimo di 2,8 punti percentuali. Posti di lavoro persi e  solo in parte recuperati dal comparto delle costruzioni che, per la prima volta dal 2003, vede crescere meno la propria occupazione (meno di 80 mila nuovi occupati, circa 42500 Ula in più secondo Banca Italia).   

Lo stesso aumento dell’occupazione nei servizi (che nel 2002 per la prima volta hanno superato i 14 milioni di occupati) che si è andato registrando costantemente dal 1995, già dal 2003 risente di una diminuzione relativa dei tassi di crescita aumentando di meno di 90 mila occupati tra il 2003 e il 2004 (a fronte di una media costante di circa 250 mila nuovi occupati l’anno dal 1998) per aumentare meno di 130 mila tra il 2005 e il 2004. Il terziario, da sempre settore in grado di riassorbire i cali occupazionali di altri comparti, per la prima volta non ce la fa, con le sue nuove 45 mila unità standard di lavoro in più rilevate da Banca Italia (nel sud addirittura i servizi segnano, secondo l’Istat, tra il 2002 e il 2005 il segno meno con 71mila occupati persi).

 

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E’ da segnalare infine come queste tendenze vedono (dopo che tra il 2004 e il 2003 la maggioranza dei nuovi occupati erano stati lavoratori indipendenti, 80 mila contro 73 mila) tra il 2005 e il 2004 un riequilibrio a favore dei lavoratori dipendenti, con una perdita di occupazione indipendente di circa 250 mila occupati. 

 

 

Per una prima analisi qualitativa

 

I trend occupazionali hanno visto un rafforzamento costante fino al 2004 delle posizioni di lavoro dipendenti  permanenti rispetto a quelle a termine, con una riduzione relativa già però tra il 2003 e 2004 tra i nuovi occupati (circa + 120 mila di cui 36 mila part-time)  fino a giungere ad una parità quasi assoluta tra nuovi occupati a tempo indeterminato e nuovi occupati a termine; con il 2005 che segna una crescita del lavoro a termine di + 6,2% rispetto al 2004, per un totale di + 118 mila occupati. La quota di questi ultimi è infatti passata dal 38,6% del 2004 al 40% nel 2005 (percentuale che arriva quasi al 50% per i lavoratori con meno di 30 anni, nel 2004 era il 46,4%).  Se poi analizziamo i trend dell’occupazione part-time, pur continuando (lentamente) a crescere tra i lavoratori dipendenti, solo tra il 2003 e il 2005 diminuisce di più del 10% tra i lavoratori indipendenti, con un saldo finale di poco superiore al +1%. Anche in questo caso a scontare la più marcata riduzione di contratti a part-time tra i dipendenti (nella più generale caduta dei tassi occupazionali) sono le donne meridionali: solo tra il 2004 e il 2005 il tasso di crescita è stato minore di un settimo rispetto al resto del paese. Il part-time continua lievemente a crescere infine (soprattutto concentrato nel terziario) con una forte componente femminile, ma non riesce a compensare la decrescita generale dei tassi di occupazione, soprattutto se prendiamo come riferimento le Unità di Lavoro standard. Anche in questo caso il 2005 rispetto al 2004,  ci consegna infatti non tanto una crescita netta dell’occupazione quanto una sua diversa “retristribuzione”, con una crescita di occupati a tempo parziale dell’1,9% rispetto al + 0,5 dei tempi pieni; crescita che diviene del + 8,4 contro il + 1,3 se prendiamo i lavoratori dipendenti. Questo spiega in parte le stesse discrasie tra diminuzione delle ULA e aumento delle persone in carne ed ossa che lavorano.

 

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Una prima conclusione “qualitativa” potrebbe allora essere: sull’universo totale l’occupazione subordinata a tempo indeterminato continua ad essere preponderante (la cui qualità però, in termini di nuova occupazione non è delle migliori; cfr. il paragrafo relativo a salari, produttività e valore aggiunto). In termini di nuova occupazione però registriamo la fine del ciclo positivo che ha visto creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro stabili in più (non “semplicemente” ridistribuiti”) e in termini qualitativi assistiamo ad una fortissima crescita della componente precarizzata (contratti a termini, lavoratori ex interinali oggi in somministrazione e co.co.pro, questi ultimi rilevati come parte del lavoro indipendente o autonomo da parte dell’Istat). In più a fronte di una minore crescita generale dell’occupazione femminile, anche lo strumento contrattuale del part-time non riesce a “sfondare” (consideriamo che quest’istituto contrattuale più di altro è stato uno dei veicoli principali di inserimento nel mercato per le donne), soprattutto se consideriamo l’intero universo del lavoro, compreso quello indipendente. 

 

 

Un lavoro sempre più precario

 

E’ solo da pochi mesi – a seguito delle modifiche apportate alle metodologie di analisi dell’Istat  - che si è cominciato a discernere, entro l’universo dei lavoratori indipendenti, le quantità e i profili dei diversi contratti di collaborazione (in parte ora a progetto). In particolare le nuove analisi Istat hanno consentito di qualificare il profilo, professionalmente molto eterogeneo, degli ex co.co.co. suscettibili di dipendenza camuffata. Se dubbi sono stati comunque sollevati sulla “quantificazione” dei co.co.co fatta dall’Istat (circa 500 mila per l’istituto di statistica, almeno un milione e centocinquantamila per l’Ires-Cgil, prendendo a riferimento i contribuenti effettivi alla gestione separata, depurati da amministratori di condominio, di società, pensionati e amministratori locali), interessanti sono le caratteristiche che l’Istituto di statistica ha rilevato, a partire dalla loro distribuzione per sesso, età, istruzione e area geografica. Per primo è da rilevare come tra i co.co.co/ co.co.pro in netta maggioranza siano le donne (58,2%), con meno di 35 anni, che abitano nelle Regioni del Nord e hanno un diploma superiore (poco meno di un terzo una laurea). Otto su dieci lavorano nei servizi, specie quelli per le imprese.  I dati più significativi riguardano le modalità di lavoro, a dimostrazione di quanto grande sia una parte del “lavoro subordinato in elusione”, camuffato da lavoro autonomo. Basti dire che nel 2004 il 91,3% degli ex co.co.co. ha lavorato per un solo committente (azienda o cliente), che l’81,5% ha lavorato pres­so l’azienda o il cliente, che il 60,1% non ha deciso il proprio orario di lavoro. Incrociando questi dati l’Istat individua pertanto un 55% di collaboratori che lavora per una sola azienda, presso la sua sede e non decide l’orario di lavoro.  Una maggioranza – quella del 55% di ex co.co.co. "puri" – che è composta soprattutto da giovani fino a 29 anni, da donne più che da uomini.

Se a questo dato aggiungiamo circa 2 milioni e 30 mila lavoratori a termine (a dicembre 2005), circa 500 mila missioni ex interinali l’anno (oggi in somministrazione, per un universo di persone stimate tra i 300 e i 350 mila, Rapporto Confinterim 2004), 100 mila collaboratori occasionali, circa 350 mila partite IVA mono committenti con fatturato inferiore ai 25 mila euro l’anno (e che non sono né imprenditori né iscritti a ordini professionali o ad albi; quindi non liberi professionisti nel senso classico del termine; cfr. rilevazione 2005 Unioncamere)  e una parte  almeno dei 400 mila associati in partecipazione (dati Nidil Cgil febbraio 2006) possiamo stimare – per difetto – in almeno 4 milioni e cinquecentomila i lavoratori precari nel nostro paese: ovvero quasi il 20% dell’intera occupazione. Percentuale che diviene quasi il 30% in relazione all’intero mondo dei lavoratori dipendenti (a cui gran parte dei precari dovrebbero, nei fatti, appartenere).

 Alla grossa, dunque, i precari rappresentano già un buon quinto del totale degli occupati, ma la loro incidenza sembra destinata a crescere. Basta dare uno sguardo all’indagine annuale “Excelsior” condotta da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro (tra l’altro, per mezzo di questionari somministrati telefonicamente dagli operatori precari del call center romano Atesia): lo studio registra le assunzioni previste da un campione di 100 mila imprese italiane scelte a caso dall’elenco nazionale delle Camere di Commercio. Ebbene, per il 2005 l’indagine prevedeva un 50% di assunzioni a tempo indeterminato e un altro 50% a termine (37,8% tempi determinati, 9% apprendistato, 3,2% altri contratti). Insomma, ogni due nuovi posti di lavoro creati, uno è di durata temporanea. Nell’industria in senso stretto (escluse le costruzioni) siamo del resto già al “sorpasso” dei precari: il 51,6% dei nuovi assunti ha avuto un contratto a termine. Idem per i servizi, dove è precario il 51,2% dei nuovi assunti (con un boom nel settore di alberghi, ristorazione e turismo, dove si ha addirittura un 66,5%: ovvero 2 posti creati su 3 sono a termine; dati Istat)

Queste dinamiche spiegano anche il senso di quanto rilevato dalla Banca d’Italia secondo cui  si è allargato il divario fra i salari di ingresso e quelli medi. La quota dei lavoratori a bassa retribuzione, stimabile nel 18%, è costituita per l’11% da occupati a tempo pieno e per il 7% da occupati a tempo parziale”.   E spiegano anche perché (Life satisfaction in an enlarged Europe, Dublin 2004) “l’indice di soddisfazione del proprio impiego sia appena 68 per gli italiani, contro 88 dei danesi e degli olandesi, 85 degli austriaci, 81 dei belgi, 80 degli svedesi, 79 dei finlandesi, 76 degli irlandesi, 74 dei tedeschi, 72 degli inglesi e dei francesi e 70 degli spagnoli e dei portoghesi”. Al riguardo è utile allora ricordare quanto ha guadagnato un lavoratore precario in questi anni. Escludendo i dipendenti a termine e quelli “somministrati”, che vengono pagati secondo il contratto nazionale (anche se non beneficiano, nella pratica, dei premi di produttività e quindi di quote non secondarie di salario variabile) se prendiamo a riferimento i collaboratori parasubordinati, un recente dossier del Nidil Cgil ci indica come il rapporto tra i contributi versati e i lavoratori attivi dia un guadagno lordo medio annuo di 10.880 euro (diviso 12, fanno 906 euro lordi al mese; al netto circa 700). Si tenga conto, poi, che dalla Rilevazione trimestrale Istat delle forze di lavoro emerge che il 60% dei collaboratori è di sesso femminile. Se a questo si aggiunge il fatto che le donne con questa tipologia contrattuale vengono retribuite in media il 30% in meno rispetto agli uomini, si vedrà come la condizione di precarietà è divenuta in questi anni anche una grande questione di genere. Del tutto conseguente con questo quadro è infine quanto scritto da un recente rapporto dell’Inter­national Labour Organization, che pone il nostro Paese al 20° posto in generale per qualità dell’occupazione, al 24° per sicurezza del reddito, al 29° per opportunità d’istruzione e di formazione, e al 32° per sicurezza nel mercato del lavoro (Oil, Economic security for a better world, Geneva, 2004). Con una “discesa in classifica”, rapportata ai dati OIL del 2000, rispettivamente di 2, 4, 5 e ben 7 posizioni (confermata dal rapporto OCSE sulle retribuzioni che nel 2005 ci colloca al 23° posto, perdendo 4 posizioni rispetto al 2004).

 

 

La qualità delle nuova occupazione: produttività, valore aggiunto, trade off tra investimenti in capitale e livelli occupazionali

 

Preso atto della fine del ciclo positivo iniziato nel 1997 dobbiamo, allora, domandarci: che tipo di occupazione si è venuta creando nella fase di crescita? Cioè – al di là delle diverse tipologie contrattuali – è stata qualitativamente rilevante (per produttività, valore aggiunto, rapporto con il costo unitario, ecc.)?  Che rapporto vi è stato tra crescita dell’occupazione e variazione della produttività totale dei fattori? Cioè di quanto si è spostato e in che direzione il trade off tra produttività da lavoro e produttività degli investimenti in capitale?

Come è noto infatti la produttività totale e il valore aggiunto del lavoro sono dati tanto dalla capacità del “capitale” produttivo che dalla capacità della “risorsa umana” di generare profitti e di mantenere costante (o aumentare) lo stock di merci e servizi prodotti.

Al riguardo illuminanti sono i dati e le analisi avanzate da Banca d’Italia e dal rapporto 2005 del Cnel sul mercato del lavoro. In particolare il primo fornisce un quadro di insieme dell’evoluzione dei principali indicatori di competitività e di creazione di valore aggiunto dei diversi settori produttivi privati; il secondo approfondisce il rapporto tra produttività totale, valore aggiunto pro capite e crescita occupazionale 

Partiamo dal rapporto di Via Nazionale: nel triennio 2003-2005 il divario dell’Europa in termini di creazione di ricchezza pro capite rispetto agli Stati Uniti e ai paesi emergenti dell’Asia è rimasto ampio, con un rallentamento che ha interessato in misura diversa i maggiori paesi dell’area Euro. In Francia la dinamica del PIL, sospinta dalla domanda interna, si è mantenuta lievemente superiore al resto dell’area per l’intero triennio, mentre in Germania, all’opposto, è stata frenata dalla perdurante debolezza dei consumi, che ha quasi annullato l’impulso della domanda estera; l’attività economica ha accelerato in Spagna. In Italia il triennio ha visto una crescita relativa sempre minore fino ad un 2005 che ha registrato una crescita nulla. Al ristagno della spesa delle famiglie si sono aggiunte la contrazione degli investimenti già in calo dal 2003 (se escludiamo le spese relative alla Pubbliche Amministrazioni) e la stazionarietà delle esportazioni.

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Non migliori sono state le evoluzioni degli indici connessi a produttività e valore aggiunto; quest’ultimo indicatore ci dice che nel biennio 2004/05 è aumentato solo nel terziario, allo stesso ritmo dell’anno precedente, mentre si è ridotto nell’industria, proseguendo nella tendenza calante in atto dall’inizio del decennio.

“Le difficoltà in cui versa quest’ultimo settore – recita testualmente l’ultimo bollettino di Banca d’Italia – trovano conferma nell’ulteriore calo dell’indice della produzione industriale. Nella fase espansiva, pur con oscillazioni, osservata nei sistemi industriali europei dal 1993 alla fine del 2000 l’industria italiana aveva accumulato un ritardo di crescita della produzione, rispetto alla media dell’area dell’euro, di cinque punti percentuali. Il divario si è ampliato di ulteriori otto punti successivamente. L’industria è in ripresa nell’area UE dal 2003, mentre in Italia ha seguitato a perdere terreno; una diminuzione più consistente del prodotto industriale si è registrata in quest’ultimo periodo nei settori che realizzano all’estero più del 40 per cento del fatturato”. Si è ulteriormente ridimensionata cioè l’attività nei comparti tradizionali in cui l’Italia è specializzata e che sono più esposti alla concorrenza dei paesi emergenti e, per la prima volta nel 2005, la “crisi produttiva ha investito anche settori a più elevata tecnologia”: una riduzione dell’output quasi del 5 per cento si è registrata nei comparti delle macchine elettriche, delle apparecchiature elettriche ed elettroniche e dei mezzi di trasporto.  Se ad influenzare negativamente ha pesato soprattutto la contrazione dei consumi interni (- 3% nel triennio 2003-2005), ha pesato (in termini qualitativi) molto di più la riduzione degli investimenti che si sono ridotti dello 0,6 per cento nel 2005 e (escludendo le spese per PP. AA.) complessivamente di 4 punti nel periodo 2002-2005”. Riduzione di investimenti che in beni strumentali è stata anche maggiore (-1% nel 2005, - 5,5% nel triennio). A questo dato occorre poi accompagnare una tendenza di lungo periodo al peggioramento della nostra bilancia commerciale per merci e servizi: “misurando la competitività dei manufatti con il costo del lavoro per unità di prodotto corretto per il cambio, in Italia, alla rapida erosione, nel 1995-96, del vantaggio acquisito con le svalutazioni della lira nei tre anni precedenti è seguito un periodo di sostanziale stabilità, mentre negli altri principali paesi europei si registravano guadagni. E dal 2001 al 2004 si è registrata una nuova perdita, del 30 per cento circa, determinata principalmente dal ristagno della produttività. In quello stesso quadriennio anche in Germania, in Spagna e in Francia la competitività si è deteriorata, ma in misura inferiore, pari rispettivamente al 6, al 12 e al 13 per cento circa, con in più un trend in crescita relativamente agli investimenti fissi” (dati Banca d’Italia).

Le conclusioni del documento preso in esame sono quindi evidenti: lo sfavorevole andamento della produttività in Italia non dipende solo dalla fase ciclica negativa degli ultimi anni, ma è, in buona misura, riconducibile a fattori di natura strutturale che limitano l’efficienza organizzativa e la capacità di innovare del nostro sistema industriale, come segnalato dal graduale peggioramento della produttività totale dei fattori dalla metà degli anni novanta e dalla diminuzione del valore aggiunto pro capite (a trainare la crescita occupazione sono stati del resto soprattutto i settori dell’edilizia e dei servizi cd “poveri”). Non è un caso quindi che nel complesso sono aumentate solo le esportazioni nei settori dei metalli e prodotti in metallo, degli apparecchi elettrici e di precisione e della chimica (settori dove l’occupazione non è cresciuta e dove alto è il trade-off tra produttività da lavoro e produttività da capitale fisso). E forse più significativo è che le importazioni rilevate nei conti nazionali che più sono aumentate nel triennio 2003-2005, in termini di valore totale, sono quelle date dalla componente dei servizi alle imprese di medio altro livello.

Un sistema poco competitivo quindi è un sistema che non crea occupazione a forte valore aggiunto; la nuova occupazione cioè non si accompagna a nuovi investimenti e/o a innovazioni produttive o organizzative, al massimo ridistribuisce parte di quello che c’è, facendo però lievitare il costo del lavoro pro capite e soprattutto spingendo la produttività totale verso il basso (vincolando la competitività sempre più al costo della manodopera).

 

Contro prova sulla “scarsa qualità media” della nuova occupazione  è data dal rapporto 2005 del Cnel sul mercato del lavoro che, partendo da un recente contributo del­l’Istat sul peso del lavoro nell’economia italiana nel periodo 1993-2003 descrive il seguente scenario:

  • le ore lavorate (che in totale ammontano quasi a 44 miliardi) sono aumentate di 1,8 miliardi (+4,3%); l’aumento si deve interamente al maggiore contributo del lavoro dipendente (+9,5%), poiché quello del lavoro indipendente è diminuito (-4,6%);
  • i rapporti di lavoro sono aumentati di quasi il 5%, cioè più delle ore lavorate, e si stanno avvicinando ai 31 milioni grazie soprattutto alla crescita dei lavoratori dipendenti (+11,6%);
  •  Gli occupati, calcolati in termini di media giornaliera, hanno superano anch’essi i 24 milioni, con un incremento dell’8,7%.

 

Queste cifre ci dicono quindi che la crescita degli occupati fra il 1993 e il 2003 si deve soprattutto all’aumento delle forze di lavoro impiegate anche se non vanno dimenticati i rilievi svolti in precedenza sulla distorsione statistica della regolarizzazione degli immigrati. Infatti, se questa crescita viene misurata in posti di lavoro (sia totali, sia equivalenti a tempo pieno) essa risulta nettamente inferiore; e se la si misura in ore lavorate arriva quasi a dimezzarsi.  Tradotto vuol dire che è cresciuto il numero delle persone al lavoro ma è diminuito il numero delle ore lavorate: mentre nel 1993 erano in media 1885, nel 2003 sono scese a 1810.  Se a questo indicatore aggiungiamo la diminuzione registrata nella produttività totale, dovuto essenzialmente alla diminuzione di investimenti fissi e una diminuzione del valore aggiunto per posizione lavorativa il quadro assume contorni precisi: almeno in alunni settori vi è stato uno scambio tra i fattori produttivi e l’aumento occupazionale ha sostituito in parte gli investimenti produttivi.  Infatti è soprattutto nell’ultima fase, a partire dal 1999, che la dinamica degli occupati supera quella degli altri aggregati; ed è proprio nel biennio 2002-2003 che emerge un significativo divario tra la crescita delle ore lavorate e delle persone occupate. I dati Ocse confermano del resto la frenata della produttività italiana rispetto a 16 Paesi europei ed extra-europei per il periodo 1995-2003, secondo gli indici del prodotto interno lordo per ora lavorata, con l’anno 2000 fatto uguale a 100. L’Italia  dopo il 2000 diventa l’unico Paese con la produttività in calo.  

  

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

Belgio

92,8

93,7

94,9

95,8

98,1

100,0

99,1

100,3

101,9

Canada

89,4

89,6

93,2

94,6

96,9

100,0

101,1

103,3

104,2

Danimarca

94,6

95,6

96,5

97,2

99,3

100,0

101,3

103,1

104,6

Finlandia

87,7

89,9

92,6

95,9

96,4

100,0

100,5

102,1

105,1

Francia

90,1

90,5

92,2

94,6

96,0

100,0

101,8

105,0

105,8

Germania

91,2

93,3

95,2

96,5

97,9

100,0

101,3

102,8

103,5

Irlanda

76,6

79,9

85,9

89,7

94,9

100,0

103,3

108,7

114,1

ITALIA

95,2

95,5

97,0

97,9

98,7

100,0

100,6

99,2

98,9

Giappone

90,0

92,3

94,5

95,2

97,7

100,0

101,7

103,4

106,2

Olanda

96,4

93,9

94,9

97,4

100,1

100,0

99,4

101,8

100,1

Norvegia

89,2

92,4

94,8

95,0

96,4

100,0

103,9

106,5

108,2

Spagna

97,7

99,0

99,0

99,2

99,6

100,0

100,8

101,8

103,1

Svezia

88,5

89,9

93,1

95,1

96,8

100,0

100,5

103,8

106,7

Svizzera

92,5

94,5

97,0

98,0

97,2

100,0

101,8

102,7

102,8

Regno Unito

89,4

91,1

92,5

94,7

96,8

100,0

103,4

104,7

106,9

Stati Uniti

89,8

92,0

93,4

95,6

97,8

100,0

102,2

104,1

107,3

Europa a 15

92,4

93,6

95,3

96,7

97,9

100,0

102,2

103,1

104,5

 

 

costo_lavoro_dipendente.gif

 

La conclusione a cui è possibile giungere è quindi che l’andamento dell’occupazione è stata più che altro  caratterizzato da redistribuzione” delle ore lavoro già esistenti e che essa è stata in gran parte destinata a “compensare” il calo di performance del sistema, dovuto alla scarsa produttività dei macchinari, alla mancata innovazione di processo, prodotto e organizzativa.  Si può sostenere, quindi, come si sia optato, da parte dell’impresa, all’uso “flessibile” della manodopera (contratti a termine, part-time, collaborazioni) per compensare il calo degli investimenti in innovazione.

 

Se si permettere la metafora automobilistica, il lavoro si è spalmato, quasi per inerzia, per far “reggere” il motore, in filiere spesso più lunghe e frammentate, quando la questione vera è che forse è arrivato il momento di cambiare il modello. La nuova occupazione è quindi, rispetto al passato (almeno fino al 2002), sempre più povera, a basso valore aggiunto e, rispetto agli ultimi 2 anni, con una forte incidenze di contratti di lavoro precari. Insomma un’occupazione “precaria due volte”.

 

 

Cresce il lavoro nero e l’evasione

 

Due recenti rapporti (rispettivamente del Censis e dell’Agenzia delle Entrate) confermano la crescita sia del lavoro nero che dell’evasione fiscale. Se, infatti, tra 2002 e 2005 l’incidenza delle imprese irregolari (da quelle totalmente sommerse a quelle che ricorrono sistematicamente all’evasione fiscale e contributiva) è passata, secondo le stime del Censis (Rapporto annuale per il 2005) dal 66% al 53%, quello che più conta e che si è registrata una crescita complessiva dei livelli di irregolarità del lavoro, particolarmente significativa al Sud, che ha portato l’incidenza del lavoro autonomo irregolare dal 15,7% al 16,2%, e di quello dipendente totalmente irregolare, dal 26% al 27,9%. La contraddizione dei dati è quindi semplicemente apparente in quanto la diminuzione delle imprese a nero è imputabile esclusivamente alla netta contrazione del saldo tra nascita e morte di imprese presenti nei settori più maturi, dove neanche il “nero” basta più. Cresce inoltre anche la quota di lavoratori, regolarmente assunti, ma verso cui vengono poste in essere pratiche al limite della regolarità (mancato rispetto dei contratti collettivi, doppia busta paga, dichiarazione numero di ore o giornate inferiori a quelle realmente svolte, ecc.),  passata dal 21,3% al 22,5% (cresce cioè anche il lavoro grigio). E questo senza considerare le diverse forme elusive (falsi contratti di collaborazione) del lavoro subordinato, che per l’Istat (dati 2005) potrebbero riguardare più della metà della platea di riferimento.

Il lavoro nero cresce quindi secondo una tendenza che già era stata denunciata dalla Cgil, che  nel 2004 stimava in più di  5 milioni di persone (circa 3 milioni e mezzo di Unità di lavoro Standard; ULA) la dimensione del fenomeno (comprensivo di nero e, grigio e lavoro in elusione) con una crescita del nero totale,  stimata nel 2004 rispetto al 2003 di circa 0,2 punti e nel 2005 rispetto al 2004 di circa 0,5 punto percentuali (dati INPS; ottobre 2005). Questo – specifica l’istituto di previdenza – al netto dell’effetto positivo della regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari. Stiamo cioè parlando di un valore pari al 23% del PIL (dati OCSE),  cioè – per il solo mezzogiorno –  di circa 80 miliardi di euro di base  imponibile IRAP in meno, in grado di fornire un gettito di circa 2,5 miliardi ; di 1,6 miliardi di euro come base imponibile IRPEG; di circa 16 miliardi di euro di versamenti previdenziali e assicurativi omessi .

A conferma di questa evoluzione, indirettamente, ricordiamo come anche l’Agenzie delle Entrate stima una crescita dell’evasione pari a più del 6% tra il 2002 e il 2004 (Annuario 2005), per una mancata denuncia complessiva di circa 200 miliardi di euro all’anno (comprensiva di evasione sull’IVA). In sostanza, tenendo conto delle imposte che graverebbero sull’imponibile (ovvero Irpef, Iva, Irpeg, …) ogni anno alle casse dello Stato sfuggono circa 100 miliardi di euro.  Si tratta di un importo pari al 6-7% circa del Pil (Prodotto interno lordo), cioè quasi l’equivalente della spesa sanitaria nazionale (Dati Ministero della Salute, rapporto 2005). Una buona fetta di quest’enorme flusso di denaro (il 45%) – e il dato è quanto mai interessante e significativo, anche perché è la prima volta che, seppur in maniera campionaria, viene accertata la destinazione d’uso delle risorse evase - sarebbe indirizzata verso prodotti di lusso e beni rifugio (auto di grossa cilindrata, acquisti di case in montagna o al mare, gioielli griffati, opere d’arte, prodotti di consumo ad alta tecnologia, ecc.).  Ecco dove vanno parte delle risorse che potrebbero essere investite per alzare la qualità complessiva del sistema!

 

 

 

Le fonti principali: Istat (Annuario 2004; Rilevazione sulle forze di lavoro IV trimestre 2005); CNEL (Rapporto 2005 sul Mercato del Lavoro); Banca d’Italia (Comunicazione annuale 2005; Bollettino Economico n. 46 Marzo 2006); Censis (Rapporto Annuale 2005);  Cgil ( Rapporti Ires – Nidil anni 2004 e 2005)