La Francia parla all’Europa, il nostro programma può essere migliorato - Intervista a Fabio Mussi tratta da "Il Manifesto
"Quello che capita da qualche settimana in Francia parla a tutta l’Europa: dopo una lunga fase storica in cui si è creduto che la precarietà fosse un portato naturale della modernità, adesso i francesi hanno capito che l’essere precari è un risultato delle politiche di sfruttamento e dei rapporti sociali di forza". Secondo Fabio Mussi i tre milioni di no al Cpe sono un messaggio importante anche per il nostro paese.
Ma in Italia non siamo messi peggio in quanto a precarietà? Perché qui nessuno si muove?
La Francia negli ultimi secoli ha sempre anticipato i movimenti. Il contrat première embauche è certamente meno pesante della legislazione vigente oggi in Italia: basti pensare che uno dei primi provvedimenti del governo Berlusconi è stato quello di permettere la reiterazione all’infinito dei contratti a termine. Per la campagna elettorale incontro tantissime persone: certo vogliono sentire quello che dico, ma soprattutto hanno voglia di parlare, e almeno la metà degli interventi è sul lavoro, sulla precarietà. E’ un coro che viene dal basso, ma non c’è ancora la consapevolezza, il senso di rivolta che si è manifestato in Francia. Ci si è resi conto, innanzitutto, che la precarietà crea dei "sottouomini", privi dei diritti umani e costituzionali di cui godono i "garantiti".
Nel programma dell’Unione proponete di far costare il lavoro precario "non meno" di quello stabile. E’ poco: rimarrebbe comunque conveniente rispetto al tempo indeterminato, dato che ha minori tutele contrattuali e soprattutto non gode dell’articolo 18. L’italiano è destinato a restare "jetable", usa e getta, come dicono i francesi?
Far salire il costo del lavoro precario è certo una soluzione, ma solo in parte. Se usare una macchina in affitto costasse meno che comprarla, nessuno acquisterebbe auto. E’ una legge del mercato che qualsiasi merce affittata costi di più dell’acquisto, ma guarda caso questo non vale per il lavoro dell’uomo: è in effetti assurdo che il lavoro precario, meno garantito, costi meno del fisso. Dunque va al minimo equiparato, come ci disponiamo a fare con l’Unione. Ma io aggiungo che il flessibile dovrebbe costare più di quello garantito, come proponiamo nella campagna "Precariare stanca".
Il governo Berlusconi, come si è detto, ha liberalizzato i contratti a termine, permettendo di reiterarli all’infinito. Anche in questo caso, il programma dell’Unione non prevede il ripristino di una limitazione. Non è un punto chiave?
Certo, assolutamente. Ma non è detto che tutto quello che non è scritto non si possa fare. Oltre al discorso dei costi, infatti, c’è un altro punto importante nel programma: attivare il credito di imposta per le imprese che assumono a tempo indeterminato, in modo da incentivarle a creare occupazione stabile. Il divieto di reiterare all’infinito andrebbe aggiunto: è chiaro che se una stessa azienda assume a termine tre o quattro volte la stessa persona, quello è un lavoratore di cui ha bisogno, è un posto strutturale.
E i cocoprò? L’Unione non punta a eliminarli.
Questo è un tema serio, che è sempre sul piatto: sono 1 milione e 300 mila lavoratori, età media 40 anni e compensi lordi annuali di 13 mila euro; un futuro pensionistico disastroso. Io credo che bisognerebbe riformare il codice civile, lasciando in piedi solo il lavoro autonomo e quello dipendente, eliminando i rischi di mascheramento del lavoro subordinato. Se vogliamo invertire la rotta e dare una risposta allo stesso declino, dobbiamo rimettere al centro il lavoro: se l’Italia non cresce, non sarà anche colpa dello spostamento di 6 punti, negli ultimi venti anni, dai salari alle rendite? Realisticamente non penso che possiamo tornare alla fabbrica fordista: il sistema economico si è trasformato, oggi conta anche la formazione continua, bisogna costruire una rete di welfare per alcuni prevedibili spostamenti da un posto all’altro: più che di flessibilità parlerei di "versatilità". Ma credo che l’occupazione buona e stabile sia ancora un eccellente progetto, e che la flessibilità richiesta al massimo per lavori di carattere stagionale, per i picchi, per le sostituzioni di altri addetti, non debba essere usata a pretesto per sfruttare le persone e creare lavoratori precari. Che poi sono vite precarie.
Antonio Sciotto

