Le nostre storie sono precarie perché continuamente interrotte Storie difficili da raccontare, di persone che fanno cinque lavori. C´è la follia di anni e anni investiti in studi che servono solamente a incrementare la propria cultura, che resta svincolata dal mercato.
È come stare in una stazione dove gli altoparlanti continuano a annunciare treni che non arrivano. Tu stai lì, con la valigia in mano. Dentro la valigia c´è tutta la tua vita. Assieme a te altre persone aspettano. Hanno la tua età. Anche loro stanno aspettando. Anche loro hanno la valigia. Dentro le loro valigie anche loro hanno la loro vita. Anche loro sentono gli altoparlanti che annunciano i treni. Anche loro aspettano da anni. Tutti fanno finta che va tutto bene. Ai primi segni d´impazienza gli altoparlanti raccontano che in realtà i treni sono già partiti, tu e gli altri ci siete sopra e ci state viaggiando. Pensi che non è vero, che sei ancora alla stazione, e che stai aspettando. Riconosci il meccanismo del sogno, la forma dell´incubo. Capisci che quello che stai vivendo non è reale mentre passano i mesi e trascorrono gli anni. Aspetti di svegliarti mentre gli altoparlanti giurano che quella è la realtà, ti dicono che la realtà è il racconto stupendo che ti stanno facendo. Quel racconto dice che hai 40 anni e sei felice, vivi in un paese soddisfatto di sé e pieno di entusiasmo, e tu ne fai parte. Tutti ascoltano lo stesso racconto e non ci credono ma non sanno cosa dire. Tutti vorrebbero dire che la loro vita è l´esatto contrario di quello che il racconto ti vuole dimostrare. Tutti dimostrano un´evidente irritazione. Tutti aspettano il treno che non arriva.
È un senso di assoluto isolamento quello che accompagna la precarietà dei tanti, troppi italiani che vivono in condizioni disastrose dentro una società che vende entusiasmo e non può più vendere altro perché tutto è già stato svenduto.
È questo l´incubo.
È un incubo in cui si manifestano diverse realtà.
Una dice che il lavoro c´è ed è agghiacciante. Se vendi la tua anima ad una compagnia telefonica, se fai della compagnia telefonica la tua fede, il senso della tua vita, il lavoro lo trovi. Se sei disposto a guadagnare per ogni persona che riesci a raggirare vendendo contratti improbabili puoi anche diventare ricco. Se ti sei laureato in materie umanistiche e dopo vent´anni di studi trovi entusiasmante fregare qualcuno, ogni volta che l´operazione riesce guadagni. Basta guardare le inserzioni sui giornali. Puoi essere immediatamente reclutato come venditore.
Bisogna fare tabula rasa del il proprio cervello, con la propria cultura, mettersi la giacca e la cravatta o il tailleur e iniziare a sorridere.
Chi sorride di più diventa più ricco. Bisogna fare finta che tutto vada bene. Si deve farlo con una fede inaudita.
Chi non ci crede deve essere bandito, emarginato.
Chi non sorride sta sabotando l´incubo.
Chi non sorride può essere accusato di tutto.
Chi non ci crede è un piagnone.
Chi non ci crede è un disfattista.
Chi non ci crede intralcia la gioia degli altri.
Il mercato deve girare e tu devi starci dentro senza pensare a nulla, nemmeno a mangiare.
Non è vero quello che ti succede.
Non è vero quello che vivi. E´ vero quello che dice la televisione.
Chi scrive si è in una trasmissione televisiva davanti a un conduttore che raccontava di una sua amica infermiera che guadagna 2.500 euro al mese. Chi scrive sa che un´infermiera guadagna dai 900 ai 1700 euro al mese al massimo della qualifica professionale, ma chi scrive sa anche che la verità della tv più vera della sua. Chi scrive ha deciso di raccogliere in un libro le storie di pacata disperazione di chi non riesce a sognare il sogno che la televisione continua a vendere e siamo obbligati a comperare perché oramai il mercato dei sogni è dentro di noi, noi ne siamo le cellule e tutto l´organismo sociale di cui fa parte è costituito dalle nostre storie alterate da un mostruoso sogno sociale. Dentro una generazione che ha perso l´appuntamento con la storia. Non perché la storia non esista più ma perché la storia si produce da sola e ha le regole ferree di una trasmissione televisiva scandita dalle interruzioni pubblicitarie. Le nostre storie hanno la stessa credibilità di un film interrotto da una pubblicità di assorbenti.
Le nostre immaginazioni sono plasmate su questa scissione. Su questa catena di scissione.
Le nostre storie sono flessibili perché il palinsesto della vita è plasmato sulle inserzioni pubblicitarie.
Le nostre storie sono precarie perché continuamente interrotte. Sono storie di persone che devono inventarsi cinque sogni guasti, cinque lavori differenti per riuscire a mantenersi. Sono storie difficili da raccontare.
I tempi televisivi non danno tregua, ed è una lagna ascoltare i problemi di chi si è laureato da cinque anni e sopravvive facendo nello stesso tempo il correttore di bozze per una casa editrice, il collaboratore a un quotidiano, il redattore di testi per una radio privata e l´organizzatore di eventi per un´agenzia teatrale.
Alla base di tutto c´è la colpa antica di chi ha creduto che si potesse immaginare un altro mondo.
C´è quel momento in cui trenta anni fa chi oggi ne ha quaranta ha pensato assieme ai suoi genitori che studiare potesse essere un modo per assicurarsi il futuro ed un lavoro.
C´è la follia di anni e anni investiti in studi che servono solamente a incrementare la propria cultura come dato di fatto assoluto, completamente svincolato da un mercato che non ha bisogno né di dati di fatto né di assoluto né di studi. La programmazione deve andare avanti e chi si ferma o si è dovuto fermare è comunista o non ha voglia di lavorare o sta semplicemente delirando come chi scrive. E chi scrive si chiede insieme a altre migliaia di persone si chiede come raccontare deliri sempre più privati, sempre più personali, sempre più unici.
Un tempo esisteva la classe operaia costituita da individui che avevano problemi analoghi. Oggi ogni persona costituisce una classe a sé stante e un racconto a sé stante ma nessuno ha voglia di ascoltare migliaia di racconti tutti differenti e tutti noiosi perché poi il rischio è quello di esplodere d´ansia e allora ecco le storie prefabbricate per distrarsi dalla realtà, ecco il problema delle sorelle Lecciso e di Albano a cui tutti siamo sinceramente interessati perché la realtà ci ha troppo intossicati ed è necessario dimenticarla e pensare cosa pensa Romina di Loredana sulle macerie di una generazione che sprofonda sovrastata da altro, perennemente altro in una stazione fantasma, dove i treni non esistono, dove non esiste neppure la stazione, dove un vago senso di nausea si sostituisce a tutto, dove continuiamo a dimenticarci di tutto. Un freddo delirio. Molto serio e un po´ grigio.
Aldo Nove / la Repubblica

