
Polemiche a parte, un aspetto più mi colpisce di tutto il vespaio sollevato dalle tesi di Ichino nel suo ben scritto (ma assai poco condivisibile) libro.
I mali del nostro mercato del lavoro, il troppo lavoro nero, l’eccesso di precarietà sono tutti dovuti all’elefantiaca macchina del sindacato e in particolare della Cgil.
Intendiamoci: limiti ce ne sono e ce ne sono stati. Forse la Cgil avrebbe potuto scommettere di più su Nidil, fare propria da subito la campagna della Funzione Pubblica sui beni comuni e la deprecarizzazione dei servizi garantiti costituzionalmente; sicuramente il sindacato tutto (Cisl e Uil compresi) avrebbero potuto avere più coraggio nel passare al contributivo per tutti da subito, ecc.
Ma - detto tutto ciò - non è possibile assistere a questo farsesco rovesciamento della realtà: abbiamo 200 miliardi di evasione lanno, abbiamo imprenditori che delocalizzano imprese sane, solo per fare più soldi di quanti già ne fanno; non ho mai visto una battaglia fatta dalle organizzazioni di impresa per concedere più risorse e tempo per la formazione e la qualificazione professionale dei propri dipendenti; non ho mai visto un tavolo di trattativa con le istituzioni dove gli imprenditori si dicessero pronti ad investire più soldi per la ricerca e l’innovazione.
E le stesse ricerche del sole 24 ore ce lo confermano: i capitalisti italiani vogliono pagare meno il lavoro, avere ancora più flessibilità (dopo la legge 30, sembrerebbe quasi una battuta!) e chiedono a gran voce una buona legge contro i prodotti cinesi (i dazi?).
Allora perché non chiamare le cose con il loro nome: alle imprese che tanto hanno guadagnato, speculato e sfruttato non si vuole chiedere nulla. E poiché dalla crisi si dovrà pur uscire, ai nostri, non è venuto in mente nulla di meglio che chiedere aiuto a chi da 30 anni a questa parte paga sempre il conto: cioè a lavoratori, precari e pensionati.
Non mi pare materia per un libro originale o per un dibattito di quelli degni di essere ricordati.
Precarius

