Intervento di Alessandro Genovesi durante l’iniziativa dei Ds Lazio Occupazione e sviluppo locale nel Lazio dedicato alla campagna "Precariare stanca".
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Parlare di occupazione e sviluppo locale, nel Lazio ma non solo, vuol dire parlare prima di tutto di precarietà. Delle contraddizioni più profonde del nostro modello produttivo, della via “povera” che il paese ha intrapreso per reggere alla competizione internazionale e alla nuova divisione del lavoro.
Una competizione che mette non solo stati contro stati, ma ancor prima, sistemi territoriali contro altri sistemi territoriali.
Dobbiamo allora ragionarci sopra, senza subalternità alcuna e senza letture ideologiche. Guardando ai numeri per quelli che sono.
Nel Lazio vi sono circa 700 mila tra co.co.pro/co.co.co inseriti in cicli di produzione classici (le vecchie caselle 1 e 2 dell’Inail per intenderci); contratti a termine non stagionali, partite iva con nomo committenza e importo fiscale inferiore ai 25 mila euro l’anno; e non contiamo le false associazioni in partecipazione.
A questo dato quantitativo si accompagna un dato qualitativo ancora più interessante: prendendo a riferimento la popolazione residente e occupata nella regione con meno di 35 anni vediamo che solo il 18% dei laureati di questa fascia di età svolge mansioni o professioni medio-alte; il restante 82% guadagna meno di 1200 euro mensili. Se aggiungiamo poi che solo il 16% di questi a 32 anni incontra per la prima volta un contratto a tempo indeterminato per divenire il 30% a 35 anni capiamo bene quale è il problema vero.
Il nostro modello di sviluppo così come è non ha bisogno di laureati, non ha bisogno di conoscenze e saperi, e frustrandone ruolo ed idee non è invogliata a scommettere sulla qualità. ECCO IL SERPENTE CHE SI MORDE LA CODA. Così come stiamo, tranne qualche eccellenza di nicchia, c’è troppo poca qualità per mettere a frutto “l’investimento collettivo” fatto sui saperi; e condannando i suoi portatori all’instabilità non ci si pone l’esigenza di un salto in avanti.
E le cose non migliorano se guardiamo alla pubblica amministrazione, che tanto può e potrebbe dare per orientare pratiche di innovazione, per accompagnare un sistema territoriale sulle vie alte dell’efficienza e - al contempo – per rendere sopportabile il rischio che accompagna ogni trasformazione.
Perché c’è sempre un rischio sociale da tenere presente quando si avviano riconversioni, specializzazioni, differenziazioni.
Prendiamo la sanità pubblica o, caso ormai classico, i centri di ricerca (che in Italia sono esclusivamente pubblici, vista la scarsa propensione alla ricerca delle micro imprese italiane).
Prendiamo il settore della conoscenza: una stima precisa non è possibile, nonostante la mole di ricerche disponibili (è già questo è assai significativo). Secondo i dati del Dipartimento Funzione Pubblica (2003) sono circa 160 mila i precari nella scuola, 6900 nelle università (16 mila se si comprendono i docenti), 3800 mila nella ricerca. A questi dovrebbero poi aggiungersi i precari della formazione professionale, una quota non piccola (almeno 12 mila, secondo la FLC-CGIL) dei 93 mila precari presenti nei diversi enti locali. Un dato significativo quindi, ma ancora lontanissimo dalla realtà: infatti le stime del Ministero non contano i borsisti, gli assegnasti, i dottorandi, i collaboratori coordinati e continuativi con durata inferiore ai 9 mesi. Non comprendono soprattutto i tanti precari “esterni” alla Pubblica Amministrazione, cioè contrattisti a progetto (o in alcuni casi partite IVA) assunti da società che “collaborano” con le diverse agenzie formative e istituti di ricerca. Secondo l’ISFOL (in cui il 90% dei dipendenti è precario; cioè i precari studiano i precari!) ricorrendo ad una stima di minima solo i “precari della conoscenza” arriverebbero a circa 370 mila. Con i principali Enti di Ricerca (a cui si deve circa il 55% di tutta la ricerca italiana e il 70% di quella pubblica, dati MIUR) che sfiorano percentuali di “precarietà” (contando solo i lavoratori assunti direttamente) superiori al 25% dell’intera popolazione lavorativa (dati tratti da “i precari della ricerca” luglio 2005, a cura dei precari ISTAT), tra questi: l’Istituto Nazionale di Fisica (1300 precari) 39%; l’ISFOL (990 precari) 93%; l’Istat (800 precari) 28%; l’ICRAM (150 precari) 100%; l’INRAN (100) 45%; l’INEA (60) 50%.
Questo è il quadro e questi sono i nostri “limiti”.
Limiti enormi quindi, ma che non sono frutto del caso, ma di precise scelte politiche e tendenze storiche che hanno sconvolto il lavoro tutto e che possono essere analizzati solo in un contesto nazionale.
Che cosa vuol dire oggi precarietà? E conseguentemente: quale è la dimensione sociale entro cui occorre collocarla, quando parliamo di sviluppo?
La moderna precarietà ha oggi due volti: quello della “precarietà nel lavoro” – fatta di una moltiplicazione delle forme contrattuali che rendono insicuro il percorso del singolo – e quello della “precarietà del lavoro”, intesa quest’ultima anche come frantumazione del ciclo produttivo e dell’impresa (terziarizzazioni, appalti, affidamento a terzi, ecc.). In un processo che, quindi, non condanna all’instabilità “solo” qualche milione di co.co.co o di lavoratori a termine, ma l’insieme del mondo del lavoro, a partire quello subordinato a tempo indeterminato, anche nella sua forma “collettiva”. E’, quindi, proprio in questa pervasività della precarietà come condizione che non risparmia nessuno, che dilata l’insicurezza all’infinito, che diviene strumento principe di governo dei processi sociali, che possiamo rintracciare la portata più “profonda”, il modello di democrazia e di sviluppo che sottende. E le forze che lo sponsorizzano.
Giungiamo così ad una altra domanda fondamentale: quale è l’ effetto “finale” ricercato dai propugnatori della precarietà, dalla destra italiana ed europea (e non solo dalla destra)? Quale modello di sviluppo può venire fuori seguendo questa strada? Non certo quello di aumentare le quote di occupazione visto che, dopo alcuni decenni, è ormai acclarato quanto falso sia stato il binomio “meno tutele uguale più opportunità”. L’effetto finale a cui si punta è ben diverso (e per certi versi più ambizioso): quello di neutralizzare il lavoro, di renderlo cioè soggetto neutrale rispetto a cosa e come produrre. In definitiva derubricarlo a variabile e non a protagonista dello sviluppo.
Stiamo COSì al paradosso per cui per vincere, il capitalismo italiano perde ! Perde il sapere e la conoscenza, perde la funzione propulsiva delle pubbliche amministrazioni, perde la propria vocazione territoriale, PERDE LA VOGLIA DI INVENTARE.
Per questo trovo del tutto inadeguato il dibattito asfittico all’interno del centro sinistra ed in particolare all’interno del programma dell’Unione così come è stato snaturato dopo i punti di incontro che avevamo trovato ai 12 tavoli.
Vi facci e mi faccio alcune domande, che esprimono il senso delle proposte che come “COMITATO PRECARIARE STANCA” vogliamo portare avanti con una proposta di legge di iniziativa popolare.
Domanda numero uno: siamo d’accordo che il lavoro oltre ad una valenza economica esprime anche una funzione sociale, relazionale e di emancipazione delle persone e che, quindi, occorre garantire ad ognuno il diritto reale ad un lavoro ben remunerato, che valorizzi le professionalità e stimoli l’impresa ad investire sul futuro?
Domanda due: siamo d’accordo che la forma ordinaria e “normale” di lavoro sia e sarà quella subordinata a tempo indeterminato (come scrive ogni volta l’Unione Europea nei suoi documenti)? Cioè che forme di lavoro atipico costituiscono l’eccezione e non la regola, in un mercato del lavoro equilibrato?
Domanda tre: siamo d’accordo che se “lo scambio” che avviene nel contratto di lavoro a tempo indeterminato è “corrispettivo x di salario” a fronte di una relativa stabilità, nei contratti di lavoro atipico (dove manca la sicurezza del rapporto) il corrispettivo (e quindi il costo del lavoro) deve essere più alto proprio per compensare il “mancato scambio” (anche in termini di maggiore contribuzione previdenziale o di maggiore “assicurazione sociale” contro i rischi di non lavoro)? Questo al netto di interventi una tantum, credito di imposta, ecc?
Domanda quattro: siamo d’accordo che alla fine, nel mercato del lavoro, coloro che impiegano il proprio tempo e le proprie professionalità si dividono in “solo” 2 grandi categorie? Quella di chi è economicamente dipendente (cioè il frutto del suo lavoro fa valore aggiunto per un terzo soggetto, da cui dipende il quantum della remunerazione) e quella di chi è economicamente indipendente (cioè il frutto del suo lavoro fa valore aggiunto solo per se o per altri soci aventi le sue stesse caratteristiche di reale autonomia, e determina o condetermina lui, liberamente, il proprio corrispettivo)? E che quindi la questione vera non è tanto quella di dare ad ogni tipologia di lavoro (ormai sono ben 42) un corredo specifico di tutele (frantumandole e coorporativizzandole) o diritti minimi, come prevede la Carta dei Diritti dell’Ulivo, ma quella di ricondurre gli “economicamente dipendenti” all’interno delle tutele “più forti” oggi disponibili, cioè quelle del lavoro dipendente (ammortizzatori sociali, tutela contro i licenziamenti indiscriminati, diritti sindacali e di rappresentanza, ecc.)?
Domanda cinque: chi dice che la flessibilità debba per forza coincidere con tipologie contrattuali più deboli e quindi “plasmabili” sulle sole esigenze aziendali e non invece il contrario? L’organizzazione produttiva e tecnologica è certo più flessibile del lavoro umano.
Domanda numero sei: siamo d’accordo che la qualità coincide anche con l’unitarietà del ciclo produttivo, con le integrazione orizzontali delle professioni e delle competenze che (dall’ideazione, alla personalizzazione, alla definizione/produzione fino alla vendita del prodotto-servizio) si possono esplicare anche in contesti e con modalità differite, ma dai contorni precisi; e quindi con strumenti di contrattazione, tutele e diritti che siano definiti non in base al dove e al chi formalmente (in appalto, in ramo d’azienda, in somministrazione, ecc.) produce, ma in base al cosa il soggetto imprenditoriale (che guadagna in ultimo sul prodotto finale) fa nel suo complesso, attraverso la prestazione dei diversi lavoratori collocati in “aree diverse”?
Guardate che aprire fino in fondo questa discussione è urgente, perché in vista di uno speriamo prossimo governo di centrosinistra certe “sirene” hanno ripreso a suonare. Si veda da ultimo il dibattito su Repubblica e Corsera. La nostra proposta di legge punta a neutralizzare queste posizioni politiche.
La tesi di fondo di Boeri e Garibaldi su Repubblica è in sostanza identica a quella avanzata da Ichino e Cipolletta sul Corriere della Sera: è colpa dei cosiddetti garantiti se esistono gli esclusi.
Siano essi precari o lavoratori a nero. Siano essi più o meno giovani.
La questione è quindi – sostengono i nostri – quella di garantire diritti minimi per tutti, togliendo a qualcuno e dando ad altri. Peccato che quel “qualcuno” e questi “altri” siano sempre i lavoratori, secondo la vecchia idea della discrasia tra insider e outsider che, appunto non è nuova né originale ed ha già partorito ricette fallimentari, in Italia ed in Europa; ricette che non hanno fatto aumentare l’occupazione stabile, né favorito l’emersione.
In questo paese infatti, sono stati già ridotti i diritti dei lavoratori, si è già diminuito il loro potere collettivo e si sono vi è più indeboliti strumenti gli legislativi e contrattuali posti a tutela del lavoro a tempo indeterminato. E cosa abbiamo ottenuto? Cresce la precarietà, cresce il sommerso, non si innova né si fa ricerca, il divario tra Nord e Sud torna ad aumentare. La stessa occupazione stabile è povera in qualità e produttività, troppo fragile per essere sicuri che non diverrà nuova precarietà.
Ma allora perché si rispolvera sempre questa tesi, che i dati hanno dimostrato essere non solo ingiusta ma ance e soprattutto fallimentare?
La risposta è in sé semplice: non si vuole che sul banco degli imputati salga il capitalismo straccione del nostro paese che in questi ultimi dieci-quindi anni ha spostato i profitti dal lavoro alla rendita, ogni anno 100 miliardi di euro. E con esso una politica che ha rinunciato troppo spesso ad esprimere qualsivoglia giudizio sull’impresa italiana, riconoscendole una centralità ideologica e normativa che non ha forse mai meritato.
Troppo comodo dire che i diritti e le tutele vanno ridistribuiti a somma zero.
Troppo facile ridisegnare i sistemi di protezione secondo il principio che si debba ridistribuire una fetta di torta sempre uguale, quando questa invece per gli altri cresce o è cresciuta.
Per questo è utile che si sgombri il campo dal falso problema della flessibilità buona o cattiva. Da qui la campagna lanciata insieme a personalità del calibro di Rodotà, Gallino, Don Ciotti, la Borsellino ed altri per una proposta di legge di iniziativa popolare che estenda diritti e tutele attraverso
1- la ricomposizione del mercato del lavoro intorno a due uniche categorie, quella del lavoro economicamente dipendente e quella del lavoro autonomo,
2- attraverso un freno all’abuso di contratti a termine e a progetto;
3- estendendo il principio di responsabilità delle aziende attraverso forme di codatorialità, perché un’impresa non può disfarsi dei lavoratori come se fossero arance spremute;
4- stabilizzando i tanti precari che mandano avanti i nostri ospedali, i nostri centri di ricerca, le nostre università.
Solo così potremmo infatti imboccare la via di una specializzazione di qualità, partecipare con qualche prospettiva alla nuova divisione internazionale del lavoro che va delineandosi, e rendere, in conclusione, socialmente sostenibile le stesse trasformazioni tecnologiche e organizzative che la nuova epoca richiede.
Per questo siamo convinti che l’UNIONE deve mettere la lotta alla precarietà al primo punto del suo programma e della sua azione di governo.
E farlo sul serio, senza paura di rimettere in discussione anche certezze e idoli che oggi non hanno più senso. Non si tratta solo di abrogare la legge 30, non si tratta solo di correggere i tanti e troppi errori compiuti anche quando si governava: si tratta di cambiare strada, di riscrivere le “regole del gioco” e dare ai lavoratori quegli strumenti per la partecipazione, quei diritti e quelle tutele che sono oggi la premessa per un futuro migliore.
Noi proponiamo allora una legge su cui raccogliere migliaia di firme, per dare concretezza ad una battaglia per il futuro. Per contribuire a colmare quel fossato enorme che si è creato tra rappresentanza politica e istituzionale e rappresentanza sociale, dei bisogni.
Oggi c’è un corto circuito evidente eppure tutti i sondaggi ci dicono che le due principali preoccupazioni degli italiani sono il reddito che non basta e la precarietà.
Su questo allora come Ds e come Unione abbiamo una grande occasione se sapremmo dire parole forti e coraggiose. Non accontentarci di un ritorno al passato, ma chiamando in causa un modo irresponsabile di fare impresa che ha tante colpe e pochi meriti.
La proposta di legge di iniziativa popolare vuole essere questo: non scavalcando i partiti, ma anzi offrendo all’Unione al Governo – e lavoriamo tutti per questo - e ai Ds che spero siano il Primo gruppo parlamentare nella prossima legislatura l’occasione per fare della precarietà il primo punto di discussione ed iniziativa della prossima legislatura. Sapendo che il programma dell’Unione indica un obiettivo: quello di ridurre la precarietà. Su come farlo fino in fondo, con quale respiro più ampio, con quale indicazione strategica spetta ad una grande forza come DS. Un compito importante che sono certo ci vedrà tutti impegnati.

