Precariare Stanca: Campagna nazionale per la lotta al lavoro precario
Ven
23
Dic '05

Precari d’Italia

Precario, se il latino non ci inganna, viene da prex, precis. Il lavoro come preghiera, come supplica, come grazia ricevuta – sia pure a scadenza, appunto – e su cui costruire non solo un bilancio familiare, ma addirittura un’esistenza, sebbene permanentemente incompiuta. Migliaia di esistenze, milioni nell’epoca della globalizzazione pensata ed esportata dall’Occidente.

Anche se precario non vuol dire ancora lavoro, vuol dire posto, incerto, insicuro, proteso verso un cambiamento spesso istantaneo, verso uno spostamento immediato, tendenzialmente volto al peggio. Il lavoratore precario è e sarà un lavoratore incompiuto, incompleto. La precarietà nata come modello riorganizzativo del processo produttivo è già diventa modello culturale, esistenziale, stile di vita.
L’esistenza viene ben presto ridisegnata in tutta la sua contingenza e la vita stessa della persona ne viene modificata nella psiche, nella relazione di coppia, nella dimensione comunitaria. Il profitto persegue i suoi illimitati obiettivi frantumando e scomponendo vincoli umani e sociali, modificatisi certo nel tempo ma mai, fino ad ora, stravolti. Non è soltanto il lavoro che cambia. Cambia l’antropologia, come dire il rapporto storicamente determinato tra l’uomo e la sua genesi. Qualcosa di mai visto.

Ci è stato spiegato, nel corso di questi anni, che la precarietà può essere considerata come una forma alterata, ma correggibile, di un fenomeno nuovo recante con sé svariate potenzialità produttive e sociali: la flessibilità. Se la precarietà, la forma di lavoro a tempo parziale, determinato nel tempo, viene percepita e vissuta in termini negativi, se il concetto che meglio di ogni altro la definisce è quello di sottrazione, di qualcosa che viene tolto al soggetto, la flessibilità - ci viene detto – va vista e considerata in altro modo. La flessibilità amplia le opportunità della singola persona, sviluppa versatilità, costruisce interazione tra tempo di lavoro e tempo di vita. Ecco allora che dobbiamo vedere la flessibilità come un valore e la precarietà come una degenerazione che però si può correggere, arginare. Niente di più sbagliato, abbiamo sempre pensato e continuiamo a pensare. Perché se la flessibilità diventa modello non tanto e non solo occupazionale e produttivo, ma modello di vita e culturale, allora essa non è più regolamentabile per legge. Essa finisce per contrapporsi non già semplicemente al lavoro stabile, ma prima ancora al lavoro regolamentato. E quindi in gioco c’è il salario, ma non solo. C’è la continuità di esperienza e di pratica lavorativa, ma non solo. Ci sono i diritti presenti e futuri. Alla fine di questa lunga catena c’è qualcosa che si chiama dignità umana. Precarietà e flessibilità, partendo dal lavoro, l’hanno messa in discussione. Qualcosa di mai visto, appunto.

Perché mentre l’origine di quella catena sta nel cuore del processo lavorativo contemporaneo, l’ultimo anello giunge a toccare l’orologio biologico di ciascuno di noi. L’orologio attraverso cui l’Occidente ha pensato il lavoro moderno negli ultimi tre secoli oggi si blocca e le sue lancette iniziano a segnare un altro tempo.

Ma, cosa fa la politica, cosa può fare e cosa vuole fare. Da queste domande bisogna partire. La sinistra Ds ci prova e non da oggi. Abbiamo intavolato la questione nel punto più alto della vita democratica di un partito, il congresso. Oggi prendiamo la strada di una legge di iniziativa popolare che coinvolga i precari, le famiglie, le persone che hanno già un lavoro fisso e a tempo indeterminato.

Lo facciamo per modificare il codice civile affinché si garantisca ai lavoratori il riconoscimento di due soli possibili ruoli, quello di lavoratori economicamente dipendenti e quello di autonomi. Per responsabilizzare di più le imprese verso veri e propri obblighi di assunzione in caso di reiterazione di contratto. Perché si elimini la precarizzazione nella pubblica amministrazione. Perché si cancelli, semplicemente e completamente la legge 30, che apre la strada alla precarietà diffusa e generalizzata. Il Comitato “precariare stanca” (www.precariarestanca.it) si costituirà a giorni presso la Corte di Cassazione. Lo presiederà Stefano Rodotà e sarà composto da giovani precari dell’informazione, della sanità e della ricerca, oltre che da Fabio Mussi, Gloria Buffo, Giovanni Berlinguer, Paolo Leon, Luciano Gallino, Don Ciotti, Paolo Beni, alcuni sindacalisti – tra cui Paolo Nerozzi - Betty Leone e Massimo Ghini. Raccoglieremo le firme a partire da gennaio e per sei mesi terremo una corda tesa nel paese, affinché poi sia il Parlamento a invertire la rotta.


Gianni Zagato - Responsabile organizzazione Sinistra Ds