«Rinuncio al lavoro precario perché non so dove mandare i figli». Sono parole pronunciate da una donna davanti alle telecamere di Rai3 durante la diretta dedicata, il 25 novembre, allo sciopero generale. Era l’esposizione in parole semplici di un dramma che colpisce le donne in questi tempi di flessibilità niente affatto sicura.
È sempre stato difficile per loro, in qualsiasi epoca, conciliare i propri tempi di vita con i tempi del lavoro. Sono come tante dottor Jeckyll, divise a metà. Una parte si dedica alle mansioni casalinghe, a rimettere ordine in tinello, a badare ai figli, a preparare il cibo quotidiano. Un’altra parte di ciascuna di loro esce all’alba, entra in ufficio o in fabbrica, timbra il cartellino, se ha un posto fisso, cerca di sfuggire alle pressioni di diversa natura del capofficina o del capo ufficio. Le difficoltà aumentano quando si è alle prese con contratti che scadono con regolarità non sempre automatica.
Quanto siano vasti gli ostacoli odierni lo si può constatare anche spulciando tra la grande massa di dati forniti nella sua relazione annua dall’Isfol, l’istituto per la formazione dei lavoratori. Veniamo così a sapere che le donne presenti nel mondo del lavoro sono in aumento. Però nel loro percorso professionale trovano una barriera. Quando sono incinte spesso abbandonano tutto, progetti, lavoro, autonomia economica. Tornano a casa. Non tutte certo, però ben il 13,5% lascia l’impiego dopo la nascita del primo figlio. Una bella metà di quelle che continuano lo fanno perché riescono a supplire alla scarsità degli appositi servizi pubblici, come gli asili nido, solo perchè ad accudire i bambini ci pensano i genitori o i parenti.
Naturalmente tra le più penalizzate troviamo le donne meridionali. È una condizione che dovrebbe suscitare l’indignazione di quanti gridano allo scandalo di fronte alla possibilità di utilizzare embrioni per salvare altre vite… Qui in qualche modo si pongono ostacoli per impedire alle donne di avere un figlio e nessuno si meraviglia. Malgrado tutto questo le donne italiane che lavorano sono in aumento. La componente femminile del lavoro rimane però inferiore alla media europea. Per raggiungere la quale bisognerebbe che entro il 2010 il tasso di occupazione femminile crescesse di ben 15 punti percentuali. Questo non stare al passo con l’Europa non colpisce, del resto, solo le donne. Lo stesso discorso vale per i giovani e gli anziani. È infatti del 64,7% il tasso di occupazione giovanile nell’Europa a quindici. Ed è del 57,4% il tasso di occupazione giovanile in Italia. Sette punti di differenza. Ancora più distante - addirittura dodici punti - la situazione per gli anziani in questo nostro Paese dove se uno a 40 anni rimane senza lavoro trova enormi difficoltà a trovarne un altro. L’Isfol, studiando le condizioni di chi ha tra i 55 e i 64 anni, scopre che ogni tre di loro solo uno presta un’attività lavorativa. Gli altri due non hanno più questo legame col lavoro che spesso è anche una fonte di identità, di valorizzazione personale, di autostima, oltre che di reddito. La percentuale di oltrecinquantacinquenni che continuano a lavorare è solo del 30,5%, contro il 42,5% che si registra nell’Europa a quindici.
C’è poi un aspetto che spiega in larga misura il perché di queste basse percentuali d’occupazione sia per i giovani che per gli anziani. Ed è l’assenza di un sistema di formazione permanente che sia in grado di accompagnare la lavoratrice o il lavoratore ad altri impieghi. Sono infatti, ad esempio, oltre un milione i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno una bassa qualificazione scolastica.
La percentuale di individui a bassa scolarità è pari al 23,5%. Anche qui l’Europa ci batte visto che la media europea è solo del 15,9%. E tutto questo malgrado l’Isfol segnali come siano aumentati di molto gli allievi coinvolti nella formazione professionale realizzata dalle Regioni. Questi organismi nel 2003 hanno speso a tale scopo 2.392 milioni Euro e così nell’anno scolastico 2003-2004 la formazione ha registrato 365.032 iscritti, pari al 46,4% del totale. Un bel risultato che dovrebbe servire da incitamento per andare avanti e fare assai di più. Ma qui c’è da rimanere assai scettici, soprattutto riflettendo sui tagli operati dalla Finanziaria. Speriamo che a farne le spese non siano proprio quei giovani (e anziani) bisognosi di quei nuovi saperi che possono aiutare ad accedere a nuovi lavori.
Quei quarantenni che escono da fabbriche ristrutturate e dimagrite e non sanno a che santo votarsi e quei trentenni che entrano nel mercato del lavoro senza una qualifica. La metà di loro, sottolinea l’Isfol, è con contratti a tempo e non arriva a guadagnare più di mille euro al mese. Ma è possibile accettare una situazione del genere senza costruire una proposta organica capace di cancellare simili iniquità? La speranza è riposta in quanti in questi giorni nel centrosinistra sono chiamati ad una riflessione programmatica.
(Bruno Ugolini - L’Unità)

