Ven
18
Nov '05
Audio video del contributo del professore Stefano Rodotà al primo incontro di "Precariare Stanca - Campagna Nazionale per la lotta al lavoro precario.
Le parole lo testimoniano: precari, interinali, intermittenti. Siamo di fronte a termini che non definiscono una situazione giuridica ma una condizione umana, e cioè il rapporto che ciascuno di coloro che si trova nella condizione di precarietà instaura non solo con il lavoro ma con la società. L’entrata nel mondo del lavoro, certo non è più scandita come era pure necessario dai tempi dell’apprendistato della prova, del tirocinio. Non è più scandita da quelle che possono essere temporaneità legate a esigenze particolari che pure debbono essere soddisfatte. Non, ci troviamo di fronte a una trasformazione dell’elemento lavoro in un elemento che -se l’espressione non potesse sembrare in se contraddittoria – potremmo definire della precarietà permanente. Questo è dato che definisce ormai una condizione umana e un modo di organizzare la società e di istaurare il rapporto tra la persona e la fabbrica. In realtà se pensiamo all’intermittenza questo vuol dire che la persona, non solo il lavoro, è subordinata all’esigenza di una organizzazione all’interno della quale le persone appaiono sostituibili così come sono sostituibili i pezzi di ricambio. I soggetti vengono presi, sono modellati in funzione del modo in cui l’organizzazione imprenditoriale si organizza. L’organizzazione imprenditoriale tende sempre più evidentemente ad adoperare lo schema dell’usa e getta largamente praticato per i prodotti che vengono messi sul mercato. un tempo qualsiasi prodotto poteva essere riparato. Oggi qualsiasi prodotto è confezionato in modo tale che la riparazione non è economica e induce a buttare il vecchio oggetto, anche se si tratta di beni di consumo durevoli, e a comprarne uno nuovo. Questa logica che riguarda le merci si riproduce profondamente stabilizzata all’interno delle nostra organizzazione sociale è stata, attraverso la precarizzazione del lavoro, trasferita alle persone. Le persone sono diventate oggetti non più considerati nella loro dignità di persone ma oggetti che possono essere intercambiabili tra loro in qualsiasi momento possono essere considerate da eliminare. Questo è un cambiamento molto profondo. Mentre fino a ieri dicevamo che il lavoro era considerato una merce e tuttavia la persona dopo aver venduto la propria forza lavoro in qualche modo recuperava la propria libertà esistenziale, adesso è la persona nella sua integralità che entra nel mondo delle merci ed è considerata nulla più che un oggetto.
È compatibile questo modo di guardare le cose, questo modo di considerare le persone come puri pezzi di ricambio all’interno di una organizzazione che risponde soltanto alla finalità di un profitto non più misurato su esigenze generali, è compatibile – dicevo – con quello che sta scritto nella nostra Costituzione, con le proclamazioni che si trovano in apertura della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea? Mi limito a leggere l’articolo 36 della nostra Carta: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa”. Quando fu scritto nel 1947 questo articolo aveva una straordinaria lungimiranza e anche dal punto di vista linguistico una capacità di innovazione perché non compare all’interno della Costituzione la formula “esistenza libera e dignitosa”. Questa è la condizione del lavoratore che vuole la Costituzione italiana. Una esistenza libera e quindi non condizionata dal ricatto del tempo e della durata del lavoro, e una esistenza dignitosa cioè che risponde a ciò che sta scritto nell’articolo 3 laddove si parla di dignità sociale. Altra grande innovazione. Non solo dignità individuale che deve essere rispettata, ma la dignità sociale di chiunque. Questo è il punto. Sono soddisfatte queste condizioni dal lavoro precario? Nessuna di queste condizioni è soddisfatta. Si pensi soltanto al riferimento che viene fatto in questo articolo al lavoratore e alla sua famiglia. Ne ho esperienza attraverso i precari dell’Università. Precari, persone che sono arrivate in condizione di precarietà a 42, 43 anni, non si sa quali sbocchi di carriera avranno e magari nello stesso tempo sono invitati in Università straniere a tenere seminari considerandosi, quindi, la loro capacità professionale assolutamente competitiva a livello internazionale. Queste persone, però, non sono in grado di progettare la propria vita, nel senso che non possono pensare a una organizzazione familiare e contraddicono, quindi, attraverso questo modo in cui sono ingranati – si fa per dire – nella società anche articoli della carta fondamentale in cui si dice che: “ciascuno ha il diritto di sposarsi e ha il diritto di costituire una famiglia”.
Noi ci troviamo di fronte a questo dato esistenziale che viene negato in radice. Quando i conflitti si manifestano con violenza, tutto questo ha la sua radice in una difficoltà esistenziale dell’organizzazione del lavoro in questi anni non soltanto per ciò che riguarda l’espulsione dal mondo produttivo. Oggi anche l’entrata nel mondo del lavoro non risolve la questione esistenziale. Il conflitto, la distanza, il disagio non è soltanto degli esclusi dal mondo del lavoro, è entrato profondamente all’interno del mondo del lavoro e ne sta modificando le caratteristiche, il carattere subalterno, lo scendere nella scala delle priorità. Dobbiamo tenere presente tutto questo perché ciò che sta avvenendo è che , in realtà, non solo attraverso la disoccupazione ma anche attraverso la precarietà in realtà si viene ad essere espropriati dalla vita. Il passo successivo è quello del controllo a distanza del lavoratore attraverso un computer che lo localizza, ne controlla i tempi e l’intensità del lavoro come sta avvenendo in Inghilterra, fino ad arrivare a fornire le istruzioni su ciò che deve fare in quel momento. Non c’è più nessuna differenza tra la persona umana e qualcosa che viene come un oggetto controllato e diretto a distanza. Io so bene che il nostro Statuto dei lavoratori non consente un controllo di questa natura. Attenzione abbiamo detto in molte occasioni e con troppa sicurezza che nel nostro sistema esisteva un insieme di garanzie che avrebbero impedito la produzione di effetti sociali quali sono quelli che, invece, in questo momento stiamo discutendo. Penso che questo riduzione a oggetto della persona noi lo dobbiamo considerare. Concludo, io penso che in questo momento si sta ridisegnando la cittadinanza del terzo millennio. Io penso che non c’è nessuna cittadinanza accettabile se non viene rispettato il principio di dignità e di rispetto delle persone.
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Dirò poche cose, generali e forse un po’ estremiste, ma quando un tema viene affrontato dal punto di vista dei diritti, credo che – dobbiamo essere sinceri con noi – è necessario parlare francamente e quindi con una certa radicalità. Questo è vero sempre, lo è di più quando si affrontano questioni che riguardano diritti fondamentali, ancora di più quando questi diritti fondamentali riguardano la vita delle persone. Di questo stiamo parlando. Lo farò in termini generali ma senza omettere un riferimento, non al testo della proposta che ho visto soltanto oggi, ma ad una altro testo che io credo non dobbiamo perdere di vista. Il testo è quello della nostra Costituzione. E’ quello un testo che credo saremo tutti chiamati a difendere attraverso un referendum per ciò che riguarda l’organizzazione dello stato. Quel testo viene difeso, dovrebbe essere difeso ogni giorno non dimenticando quelli che sono alcuni suoi riferimenti che non possiamo trattare noi stessi come se fossero delle formule retoriche. È giusto chiedere un primato del lavoro nel programma dell’Unione perché questo corrispondere al fatto che l’articolo 1 della Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro. Credo che non dobbiamo dimenticarlo e questo è tanto più vero in questo momento perché proprio nell’area del lavoro stiamo conoscendo mutamenti profondi che non solo scardinano l’assetto dei diritti, ma incidono sulla dimensione esistenziale, sulla vita, sull’antropologia delle persone, cioè su come le persone sono fatte e vengono trattate. C’è davanti a noi un nuovo modo di vivere che cerca di essere imposto, che è stato già imposto a milioni di persone. 4 milioni e mezzo quelli stimati e censiti.Le parole lo testimoniano: precari, interinali, intermittenti. Siamo di fronte a termini che non definiscono una situazione giuridica ma una condizione umana, e cioè il rapporto che ciascuno di coloro che si trova nella condizione di precarietà instaura non solo con il lavoro ma con la società. L’entrata nel mondo del lavoro, certo non è più scandita come era pure necessario dai tempi dell’apprendistato della prova, del tirocinio. Non è più scandita da quelle che possono essere temporaneità legate a esigenze particolari che pure debbono essere soddisfatte. Non, ci troviamo di fronte a una trasformazione dell’elemento lavoro in un elemento che -se l’espressione non potesse sembrare in se contraddittoria – potremmo definire della precarietà permanente. Questo è dato che definisce ormai una condizione umana e un modo di organizzare la società e di istaurare il rapporto tra la persona e la fabbrica. In realtà se pensiamo all’intermittenza questo vuol dire che la persona, non solo il lavoro, è subordinata all’esigenza di una organizzazione all’interno della quale le persone appaiono sostituibili così come sono sostituibili i pezzi di ricambio. I soggetti vengono presi, sono modellati in funzione del modo in cui l’organizzazione imprenditoriale si organizza. L’organizzazione imprenditoriale tende sempre più evidentemente ad adoperare lo schema dell’usa e getta largamente praticato per i prodotti che vengono messi sul mercato. un tempo qualsiasi prodotto poteva essere riparato. Oggi qualsiasi prodotto è confezionato in modo tale che la riparazione non è economica e induce a buttare il vecchio oggetto, anche se si tratta di beni di consumo durevoli, e a comprarne uno nuovo. Questa logica che riguarda le merci si riproduce profondamente stabilizzata all’interno delle nostra organizzazione sociale è stata, attraverso la precarizzazione del lavoro, trasferita alle persone. Le persone sono diventate oggetti non più considerati nella loro dignità di persone ma oggetti che possono essere intercambiabili tra loro in qualsiasi momento possono essere considerate da eliminare. Questo è un cambiamento molto profondo. Mentre fino a ieri dicevamo che il lavoro era considerato una merce e tuttavia la persona dopo aver venduto la propria forza lavoro in qualche modo recuperava la propria libertà esistenziale, adesso è la persona nella sua integralità che entra nel mondo delle merci ed è considerata nulla più che un oggetto.
È compatibile questo modo di guardare le cose, questo modo di considerare le persone come puri pezzi di ricambio all’interno di una organizzazione che risponde soltanto alla finalità di un profitto non più misurato su esigenze generali, è compatibile – dicevo – con quello che sta scritto nella nostra Costituzione, con le proclamazioni che si trovano in apertura della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea? Mi limito a leggere l’articolo 36 della nostra Carta: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa”. Quando fu scritto nel 1947 questo articolo aveva una straordinaria lungimiranza e anche dal punto di vista linguistico una capacità di innovazione perché non compare all’interno della Costituzione la formula “esistenza libera e dignitosa”. Questa è la condizione del lavoratore che vuole la Costituzione italiana. Una esistenza libera e quindi non condizionata dal ricatto del tempo e della durata del lavoro, e una esistenza dignitosa cioè che risponde a ciò che sta scritto nell’articolo 3 laddove si parla di dignità sociale. Altra grande innovazione. Non solo dignità individuale che deve essere rispettata, ma la dignità sociale di chiunque. Questo è il punto. Sono soddisfatte queste condizioni dal lavoro precario? Nessuna di queste condizioni è soddisfatta. Si pensi soltanto al riferimento che viene fatto in questo articolo al lavoratore e alla sua famiglia. Ne ho esperienza attraverso i precari dell’Università. Precari, persone che sono arrivate in condizione di precarietà a 42, 43 anni, non si sa quali sbocchi di carriera avranno e magari nello stesso tempo sono invitati in Università straniere a tenere seminari considerandosi, quindi, la loro capacità professionale assolutamente competitiva a livello internazionale. Queste persone, però, non sono in grado di progettare la propria vita, nel senso che non possono pensare a una organizzazione familiare e contraddicono, quindi, attraverso questo modo in cui sono ingranati – si fa per dire – nella società anche articoli della carta fondamentale in cui si dice che: “ciascuno ha il diritto di sposarsi e ha il diritto di costituire una famiglia”.
Noi ci troviamo di fronte a questo dato esistenziale che viene negato in radice. Quando i conflitti si manifestano con violenza, tutto questo ha la sua radice in una difficoltà esistenziale dell’organizzazione del lavoro in questi anni non soltanto per ciò che riguarda l’espulsione dal mondo produttivo. Oggi anche l’entrata nel mondo del lavoro non risolve la questione esistenziale. Il conflitto, la distanza, il disagio non è soltanto degli esclusi dal mondo del lavoro, è entrato profondamente all’interno del mondo del lavoro e ne sta modificando le caratteristiche, il carattere subalterno, lo scendere nella scala delle priorità. Dobbiamo tenere presente tutto questo perché ciò che sta avvenendo è che , in realtà, non solo attraverso la disoccupazione ma anche attraverso la precarietà in realtà si viene ad essere espropriati dalla vita. Il passo successivo è quello del controllo a distanza del lavoratore attraverso un computer che lo localizza, ne controlla i tempi e l’intensità del lavoro come sta avvenendo in Inghilterra, fino ad arrivare a fornire le istruzioni su ciò che deve fare in quel momento. Non c’è più nessuna differenza tra la persona umana e qualcosa che viene come un oggetto controllato e diretto a distanza. Io so bene che il nostro Statuto dei lavoratori non consente un controllo di questa natura. Attenzione abbiamo detto in molte occasioni e con troppa sicurezza che nel nostro sistema esisteva un insieme di garanzie che avrebbero impedito la produzione di effetti sociali quali sono quelli che, invece, in questo momento stiamo discutendo. Penso che questo riduzione a oggetto della persona noi lo dobbiamo considerare. Concludo, io penso che in questo momento si sta ridisegnando la cittadinanza del terzo millennio. Io penso che non c’è nessuna cittadinanza accettabile se non viene rispettato il principio di dignità e di rispetto delle persone.

