Carlo Podda – segretario generale Funzione Pubblica Cgil
Della vostra proposta di legge di iniziativa penso, in linea programmatica, tutto il bene possibile. Nel panorama generale di dissesto di rapporti economici e sociali che la precarizzazione del lavoro ha prodotto nel nostro paese, la fattispecie del lavoro pubblico è, ancora una volta, particolare. La destabilizzazione del lavoro pubblico che questo governo e questa maggioranza hanno attuato per poter, attraverso questa via, colpire il sistema dei diritti, attenuare l’effettiva espressione di legalità e controllo di legalità sulle attività economiche del nostro paese. Lasciare lo sviluppo alle libere forze del mercato ha trovato nella precarizzazione dei rapporti di lavoro una sua modalità del tutto significativa. Ora io vorrei ricordare che la precarizzazione del lavoro nel settore pubblico agisce e si attua al netto della Legge 30.
In questi comparti la Legge 30 non si applica. Tuttavia gli effetti collaterali non desiderati, non completamente meditati del Pacchetto Treu nel lavoro pubblica ha portato secondo le stime, non del sindacato ma della ragioneria generale dello Stato per il 2003 (cioè al netto di quello che è avvenuto nel 2004 e nel 2005) al netto dei rapporti di lavoro libero professionali ed al netto di una fattispecie del tutto innovativa per la P.A ma molto diffusa negli enti locali, gli stagisti cioè quella particolare figura che fa lo stesso lavoro che fanno i lavoratori pubblici e viene pagata 1 euro e mezzo all’ora e al 90 giorno viene avvicendata da cosiddetti lavoratori altrettanto precari, riguarda ormai un numero di 300mila persone. Bisogna sapere che questi lavoratori sono impegnati in funzioni stabili nel ciclo ordinario di produzione di servizi da parte del lavoro pubblico. Sono infermieri, sono maestre di asilo, sono geologi del sistema della protezione civile. La mia idea di stabilizzazione del lavoro precario corrisponde a che ciò che c’è da fare per ridare certezza e stabilità al ciclo del lavoro pubblico nella produzione dei servizi che il lavoro pubblico è chiamato a dare. E per questa via, ovviamente, si darà certezza, continuità di lavoro e certezze di diritti a quei lavoratori di serie B dal punto di vista delle protezioni normative e delle tutele economiche che a questi lavori sono interessati. Bisogna sapere che dalla precarietà si precarietà si può uscire da destra e da sinistra. Mentre noi discutiamo di come uscirne da sinistra la legge finanziaria propone di uscirne da destra.
Non sono sicuro che di questo vi sia ancora completa percezione nel paese, la maggioranza che ci governa è stata abile nello spiegare alle persone che sta agendo su una cosa che è considerata particolarmente odiosa è cioè sul taglio delle spese per le cosiddette consulenze e sugli sprechi che il sistema degli enti locali farebbero, che pure in parte fanno. Non è questo il punto. il punto è che dentro quel capitolo di spesa c’è esattamente il finanziamento di questo tipo di rapporti di lavoro, tagliare il 40% di quelle spese vuol dire diminuire l’occupazione, licenziare anche se tecnicamente non di licenziamenti si tratta, si tratta di contratti che non verranno rinnovati tra Natale e Capodanno per un numero tra 90 e 100 mila persone che perderanno il loro rapporto di lavoro. E insieme alla perdita del loro rapporto di lavoro si provocherà la chiusura dei servizi in cui questi lavoratori sono stati occupati. Io penso che coloro i quali si candidano a governare il paese dopo questo disgraziatissimo periodo dovrebbero porsi il problema di una nuova politica occupazionale nei settori pubblici che sia determinata da un attento censimento e dalla rideterminazione dei compiti e dei servizi che le Pubbliche amministrazioni sono chiamate a dare, a una ricontrattazione quantitativa e qualitativa delle professionalità che servono e ad un sistema di assunzione del personale che pur in presenza del vincolo costituzionale dia una qualche possibilità di risposta in più alle domande che dalla cittadinanza vengono.
La crisi di consenso che ha la P.A. dipende anche dal ritardo con cui accoglie le domande dai cittadini vengono. Ma per poterla cogliere nel momento in cui c’è una autorità politica che ritiene di dialogare e ascoltare la domanda che dalla società sale, bisogna che vi sia un sistema in grado di rispondere velocemente e adeguatamente a queste domande. Per fare questo io non vedo un’altra via, anche se so che questo a volte urta orecchie un po’ troppo suscettibili, che non sia quella della produzione di un atto normativo di carattere nazionale con il quale si proceda alla progressiva stabilizzazione di questo lavoro. Insisto, questo va fatto sulla base del principio di riportare dentro il ciclo ordinario di produzione del servizio e del lavoro pubblico ciò che oggi è stato, a torto, messo fuori. Epifani ama dire spesso che noi abbiamo già dato e quindi non è giusto chiedere ancora al lavoro di farsi carico delle compatibilità economiche che pure peseranno. Io voglio dirla così: se è vero che noi abbiamo già dato, i lavoratori precari hanno già dato un po’ di più, quindi per quanto mi riguarda c’è un solo punto che noi possiamo onorevolmente scambiare nella discussione che dovremmo fare con chi si candida a governare il paese, che è per l’appunto di cominciare a dare stabilità al lavoro. Se il programma dell’Unione non sarà chiaro su questo punto e se l’atteggiamento del futuro governo non sarà chiaro su questo punto credo che sarà molto complicato mantenere il consenso fin qui avuto. E, lo dico fin da ora, per quanto mi riguarda sarà molto complicato anche sottoscrivere un qualsiasi patto di cittadinanza che le organizzazioni sindacali saranno chiamate a sottoscrivere tempo 90 giorni dalla costituzione del nuovo governo.
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Claudia Tagliavia – Isfol Roma
L’Isfol è un istituto di ricerca che si occupa di politiche sociali, della formazione del lavoro. In Italia, probabilmente, è l’unico che si occupa di svolgere questi compiti in ambito pubblico. Riguarda al fatto che l’Isfol è composto da precari non c’è nessuna novità, la ricerca si caratterizza esattamente per questo. Quello che, forse, fa di noi un caso limite è l’ampiezza della precarietà: l’85% delle persone impiegate da noi sono in vario modo a termine, si tratta di 460 persone su poco più di 500. questo significa che quando l’anno prossimo i finanziamenti, precari anch’essi, cesseranno, termineranno una serie di attività che nonostante noioso provo ad elencare: supporto ed accompagnamento al sistema della formazione continua, analisi delle nuove forme di lavoro, analisi dei canali di intermediazione del mercato del lavoro, analisi dei modelli di governo locale delle politiche formative sociali e del lavoro, monitoraggio riguardo all’accreditamento di agenzie formative, sull’obbligo formativo, sull’apprendistato, sulla formazione permanente e sulla formazione continua, sono tutti monitoraggi che questo ente pubblica realizza ancora per un anno. In più studia i servizi pubblici e privati per l’impiego, la riforma del mercato del lavoro: potrà sembrare ironico che abbiano affidato all’istituto più precario che esista in Italia il monitoraggio della legge 30, e sia chiaro la legge che ci impone di realizzare questo monitoraggio non prevede nessun finanziamento. E poi realizziamo indagini sull’offerta e sulla domanda di lavoro, gestiamo agenzie di rilievo internazionale.
Potrei andare avanti. Sono tutte attività che rischiano dall’anno prossimo di chiudere e questo semplicemente perché l’85% del personale l’anno prossimo rischia di andare a casa, e andando a casa porterà interamente con se, e questo è l’elemento su sui conviene riflette, tutte le conoscenze di cui è depositario, tutta la capacità di svolgere quelle attività. Sulla sofferenza, sul costo personale e familiare che grava sul lavoratore precario si è detto molto, quello che forse non si dice abbastanza è il costo collettivo che il precariato impone. Questo non è un gioco a somma zero in cui se qualcuno perde qualcun altro se ne avvantaggia. Qui perdono i lavoratori certamente, ma perdono tutti quelli fanno ricorso alle attività che vengono svolte da questi lavoratori: gli organismi internazionali altri enti delle stato, le regioni, gli enti locali ecc. tutti questi perdono assieme a noi.
Credo che questo sia l’elemento su cui spostare il dibattito sulla precarizzazione. Non si precarizza il lavoro, si precarizza il sistema produttivo pubblico e privato. Non è soltanto la prospettiva futura quella che viene messa a rischio, ma è la condizione quotidiana di vita. Nel caso della ricerca avviene certamente qualcosa di analogo a quanto avviene nell’informazione. È per chiunque estremamente difficile resistere a pressioni che sono piuttosto forti e riguardano un’addolcimento delle informazioni sull’occupazione, ad esempio. Resistere è difficile per chiunque, per un lavoratore precario richiede doti particolari di coraggio, quesi forme di eroismo e certamente conduce alla perdita del lavoro, o comunque in ogni caso a vessazioni di vario tipo. Ed è fondamentale dire che perché la ricerca, come l’informazione, siano davvero davvero autonome perché possano garantire prodotti di qualità è essenziale che vengano ristabiliti alcuni diritti anche per chi lavora a termine e su questo credo che questa campagna debba essere considerata con estrema serietà, ed assieme a questo percorse che tenda a limitare le distorsioni del mercato del lavoro in tanto si possa fare molto e molto possono fare le organizzazioni di rappresentanza politica e sindacale. Vorrei, infine, ripartire dalla nostra esperienza: nell’autunno passato ci siamo trovati di fronte ad una situazione paradossale. Era previsto il rinnovo delle Rsu al quale avrebbero potuto prendere parte 35 lavoratori sui 500 di cui abbiamo parlato, ossia neanche tutti i lavoratori a tempo determinato. Abbiamo allora deciso di avviare una consultazione parallela e sono stati eletti assieme ai rappresentanti dei lavoratori a tempo indeterminato anche quelli dei lavoratori precari.
Questo ha condotto ad una serie di vantaggi collettivi, intanto una maggiore capacità di rappresentanza, è difficile per chi non l’ha mai vissuto rappresentare il problema del lavoro precario, non soltanto in termini psicologici ma in termini concreti, materiali. Inoltre, ha prodotto un effetto di trascinamento presso le altre organizzazioni sindacali, l’iniziativa è stata promossa dalla Cgil, che aveva o non aderito o ostacolato questa consultazione, e ha dato corpo a questo esercito di persone invisibile che lavorano nel mio come negli altri istituti. Quello che probabilmente ha consentito a tutti i lavoratori del mio istituto di superare i contrasti che spesso sorgono tra lavoratori a tempo indeterminato e tutti gli altri, è la consapevolezza che è apparsa chiaramente, che quando i precari lavorano per difendere la loro possibilità di sopravvivenza, inevitabilmente lavorano e lottano per ridurre la precarietà dell’organizzazione produttiva dove stanno. Nel nostro caso combattere la precarietà lavorativa ha significato combattere la precarietà della ricerca in quanto tale.
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Raffaele Ruggiero – precario del mondo della scuola di Napoli
In una piattaforma organica riguardante il lavoro precario nel nostro Paese, un posto centrale deve essere riservato alla ricerca, all’università e soprattutto alla scuola. Questo per vari motivi. Innanzitutto giova ricordare che la prima legge di questo governo di destra, e non la prima legge di settore ma la prima legge in assoluto, ha riguardato – non a caso – nel luglio del 2001 proprio il reclutamento degli insegnanti. Quella legge ha fatto sostanzialmente due cose. Uno, ha obliterato le certezze di stabilizzazione di insegnanti che avevano alle spalle già parecchi anni di servizio. Due ha dato un immenso potere ai gestori delle scuole paritarie che spessissimo sfruttano il personale interessato a transitare a costo di qualunque sacrificio nella scuola pubblica. In secondo luogo per gli effetti disastrosi di quella legge, da quel momento in poi non si è avuta più pace. Gente che stava aspettando il telegramma per l’immissione in ruolo si è trovata in una notte estromessa dall’insegnamento.
Il governo ha generato, talvolta ad arte in altri casi per puro e semplice pressappochismo e incapacità, tensioni gravissime nella categorie. A ciò si aggiungano provvedimenti cervellotici come il raddoppio del punteggio per le isole e le scuole montane che sta creando situazioni paradossali. Leggi ideologiche come quella sullo stato giuridico degli insegnanti di religione che ha consegnato ad uno stato estero la possibilità di assumere docenti che verranno pagati dall’Italia e ha trasformato i vescovati in uffici di collocamento per gli insegnanti italiani. Per non parlare del mercato dei titoli che costringe docenti pluri abilitati e pluri specializzati a sborsare mediamente 700 euro all’anno per non farsi scavalcare in graduatoria. In questo quadro già fosco cade la pubblicazione degli ultimi due decreti attuativi della legge 53, la cosiddetta Riforma Moratti. L’articolo 5 di quella legge prevedeva la riforma del reclutamento la quale, per come è stata concepita e scritta e per la totale assenza di una qualsivoglia fase di transizione, cancella ogni residua speranza di stabilizzazione per coloro che spesso con due o tre lustri di servizio alle spalle sono stati definiti testualmente dal sotto segretario Aprea “Frange sacrificabili”, in pratica zavorra di cui si può liberare senza spiegazioni e senza tanti complimenti. E di certo non va passata sotto silenzio la sistematica spoliazioni di risorse per la scuola pubblica e di tagli che è stata portata avanti finanziaria dopo finanziaria dal governo, e che è stata pagata prima di tutto dagli alunni e dal personale precario, docente e Ata, con oltre 100 mila insegnati collocati a riposo in 5 anni e solo 45 mila assunti. Oggi si parla di piattaforma e di programma. E finalmente dopo anni di medio evo istituzionale si torna a sperare nel futuro. Si parla di una legge sul lavoro precario nella quale noi, precari dell’università della scuola e della ricerca, sicuramente vogliamo possiamo e dobbiamo giocare un ruolo fondamentale. È fondamentale, però, anche sottolineare le specificità che il settore del reclutamento degli insegnanti e del personale Ata mantiene, e la consapevolezza che occorrerà sicuramente un intervento legislativo ad hoc urgente e specifico. Ed è urgente dire a chi occuperà responsabilità di governo nella prossima legislatura che occorre subito invertire rotta. I lavoratori precari della scuola chiederanno molto al nuovo governo, non focosa si aspettino veramente, non so quanta fiducia abbiano, ma sicuramente chiedono molto. E occorrerà dare queste decine di migliaia di persone risposte immediate, inequivocabili, senza distinguo, senza tentennamenti. E una volta e per sempre senza se e senza ma.
La prima legge del governo Berlusconi ha riguardato il reclutamento degli insegnanti. La prima legge del prossimo governo dovrà riguardare il reclutamento degli insegnanti. E tanto per fare un elenco, se pur minimo delle urgenze, occorrerà eliminare immediatamente il doppio punteggio. Limitare a due o tre i titoli di specializzazione valutabili, distinguere nuovamente tra titoli e servizi maturati nel pubblico e nel privato, creare un sistema di certezze e tutele nell’anzianità di servizio – quello che è stato distrutto dopo il luglio del 2001 – invertire la rotta di spoliazione delle risorse seguita pervicacemente in questi anni, bloccare la Riforma Moratti a partire dall’articolo 5. chiudo con una nota che riguarda fatti di scottante attualità ed urgenza. In queste settimane si sono verificati fatti gravi nelle grandi periferie francesi, fatti che dimostrano che quando mancano politiche attente ai bisogni degli strati più deboli della popolazione, quando viene meno l’intervento dello Stato come distributore se non di risorse almeno di opportunità, quando si abbandonano interi quartieri a loro stessi l’evoluzione attraverso lo scontro sociale è ineludibile.
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Roberto Natale – segretario Usigrai
Lo avrete sentito forse dai comunicati che come categoria abbiamo la possibilità di poter mettere sui giornali o di porre nei telegiornali, il tema della precarizzazione del lavoro è ciò che è al centro anche della nostra vertenza. Negli ultimi mesi ci sono stati 4 giorni di sciopero, molto probabilmente altri ce ne saranno nel mese di dicembre, la Legge 30 è anche per il lavoro giornalistico centrale. È una legge che ha modificato nel profondo i rapporti – si sarebbe detto un tempo – tra capitale e lavoro, investe in modo diretto anche il lavoro giornalistico. Non facciamoci ingannare dalla definizione apparentemente elegante di free lace, questo troppo spesso corrisponde a condizioni di precariato che valgono 5 euro a pezzo. In quanto a livello di precarizzazione ce la si può, perfino, battere, con i call center. E anche in aziende più forti come, ad esempio, quella di servizio pubblico nella quale lavoro io, la Rai il tema dei contratti che si ripetono per anni e anni è per noi vivissimo. Contratti che si ripeto per 10 anni prima di portare all’assunzione e nel settore non giornalistico arriviamo addirittura a 15. è una questione di tutela dei diritti materiali, è una questione anche, naturalmente, di tutela del diritto all’informazione. È ovvio che colleghe e colleghi così ricattabili possono essere ben difficilmente in condizione di difendere la propria autonomia professionale anche nei contenuti delle cose delle quali parlano. Gli editori hanno colto bene la centralità per loro di questa Legge, tanto è vero che il nodo del contratto giornalistico si chiama Legge 30 da un lato, tutela del lavoro autonomo dall’altro. Gli editori ci dicono: “non abbiamo nessuna intenzione di sospendere l’applicazione della Legge 30” come sta, invece, chiedendo il Sindacato dei giornalisti, “non abbiamo nessuna intenzione di riconoscere al sindacato la titolarità per portare nel contratto il lavoro autonomo. Preferiamo un rapporto personale tra editore e lavoratore autonomo” e ben si capisce perché. I temi sono questi. Aggiungo anche che qualcuno ci potrebbe dire che a noi giornalisti ci sta bene, visto che scopriamo adesso la durezza dei temi del lavoro ed è la giusta nemesi perché le questioni del lavoro dai nostri giornali e telegiornali sono state cancellate.
Non fingiamo di non vedere che siamo in una situazione nella quale il tema del lavoro è l’abbiamo espunto. Si potrebbe dire con una immagine: del contratto dei metalmeccanici si è parlato in Tv, e parlo del servizio pubblico, meno di quanto si sia parlato dell’imminente paternità di Amedeo d’Aosta. Questo sta a dire come il tema del lavoro sia sceso, la manifestazione ultima di tre settimane fa con 200 mila persone a Roma dal più importante Tg italiano è stata liquidata nell’edizione delle 20.00 con quello che si chiama in gergo “vivo conduttore”, il conduttore che in studio legge quattro righe. Ieri sera il Tg1 aveva un servizio di 1 minuto e mezzo sull’ultima puntata dell’Isola dei famosi. Allora a questo anche credo si faccia riferimento quando si dice che il lavoro è sceso nella gerarchia dei valori. Si tratta di fare una inversione di tendenza. Come giornalisti la sentiamo vivissima, provo a dirla così: c’è un problema di Berlusconismo politico, e però c’è un problema più profondo ancora di berlusconizzazione culturale ed è questo, credo, ci chiami in questione, in particolare come giornalisti per sollecitarci a cambiare radicalmente – per quanto è in noi - i contenuti della nostra informazione. E anche per sollecitare da parte politica un’attenzione alle questioni dell’informazione che torni a porre questi temi come centrali nel giudizio. Per esser chiari l’informazione va sollecitata non solo e non principalmente sul fatto che il tale esponente di un partito abbia giusta presenza negli spazi informativi e televisivi, ma provando anche a vedere se questioni sociali sono presenti o no. Forse a volte un tema trattato è più importante di una battuta di 10 secondi. Forse anche e soprattutto da questo punto di vista, credo, vada incalzata l’informazione.

